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Italia

Fmi, Banca d’Italia, Europa: fuoco amico sul Governo

Le bocciature in serie ottenute dal Governo e dal suo Def non arrivano da nemici esterni, ma da soggetti che hanno tutto l’interesse a fornire utili consigli tecnici al Governo, si tratta di un fuoco amico, cui Di Maio, Savona, Tria e Salvini rispondono attaccando a loro volta.

 

DI MAIO FA IL BULLO E SFIDA IL “PARTITO DI BANKITALIA”

Di Maio liquida la questione con una frase che si commenta da sola: “Bankitalia fondi un partito, vediamo quanti voti prende”… 

La frase è palesemente priva di un senso: la Banca d’Italia non vuole e non è capace di essere popolare, dovrebbe fare i conti, ma Di Maio conosce l’attuale contesto della comunicazione politica e sa che una frase così illogica non gli farà perdere consenso, anzi.

 

La Banca d’Italia è un’istituzione pubblica e non solo non sarebbe capace di fare un partito politico, nemmeno potrebbe, dato che ha un ruolo preciso nell’Ordinamento italiano (ed Europeo); tuttavia viene sfidata da Di Maio.

La ragione è semplice: La Banca d’Italia è finita con ottime ragioni nel mirino dell’opinione pubblica per la sua mancata vigilanza nei casi dei fallimenti bancari degli ultimi dieci anni e da quel momento ha perso ogni sua credibilità, pertanto è un bersaglio su cui si può tirare pesante con positivo ritorno di immagine.

 

Di Maio e i 5Stelle sanno scegliere il loro nemico, la logica non conta.

Il fatto che in Banca d’Italia vi siano migliaia di specialisti di economia non importa, si tratta di un’istituzione che non gode della stima degli elettori pentastellati e quindi può essere affrontata con ogni arma.

Gli specialisti non vanno ascoltati, la negazione della scienza e la supremazia della politica ad ogni costo sono elementi fondanti dell’azione della maggioranza.

In realtà il Governo dovrebbe capire che si tratta di un fuoco amico ed evitare di contrattaccare andando a cercare uno scontro a tutti costi che non può che portare conseguenze negative se non addirittura disastrose.

 

LE CRITICHE DI FMI E BANCA D’ITALIA SULLE PENSIONI

 

Sulle pensioni, l’Fmi all’Italia è molto chiaro:

In Italia le passate riforme pensionistiche e del mercato del lavoro dovrebbero essere preservate e ulteriori misure andrebbero perseguite, come una decentralizzazione della contrattazione salariale per allineare i salari con la produttività del lavoro a livello aziendale

La Banca d’Italia, mediante il vice direttore generale Luigi Federico Signorin concorda:

che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi vent’anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. È fondamentale non tornare indietro su questi due fronti, soprattutto quando i rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano

Secca la risposta di Salvini: «Sulla riforma della Fornero niente e nessuno ci potrà fermare. Andiamo avanti tranquilli, l’economia crescerà anche grazie alla modifica della legge Fornero, un’opera di giustizia sociale che creerà tanti nuovi posti di lavoro».

 

GLI ALTRI APPUNTI AL DEF

La Banca d’Italia ha stimato inoltre una crescita del Pil inferiore all’1 per cento nel 2019: «Una prosecuzione della crescita congiunturale rimane a tutt’oggi la previsione centrale. Nel Bollettino economico di luglio prefiguravamo un aumento del Pil pari all’1,3 per cento quest’anno e all’1 nel 2019, ipotizzando la completa disattivazione delle clausole di salvaguardia sulle imposte indirette».

 

«Le previsioni sulla crescita dell’Italia dovrebbero essere riaggiornate nel rispetto della nostra nota» aveva già replicato il premier Giuseppe Conte a proposito delle stime del Fmi, invariate rispetto all’aggiornamento del World Economic Outlook di luglio, secondo cui il pil italiano crescerà dell’1,2% nel 2018 e dell’1,0% nel 2019 dopo il +1,5% del 2017. Rispetto ad aprile 2018, invece, i dati sono stati rivisti al ribasso di 0,3 punti percentuali per quest’anno e di 0,1 per il prossimo, a causa del «deterioramento della domanda esterna e interna e all’incertezza sull’agenda del nuovo governo». «La possibilità di un rovesciamento delle riforme o l’attuazione di politiche che potrebbero danneggiare la sostenibilità del debito hanno innescato un aumento dello spread e potrebbero scoraggiare gli investimenti privati e indebolire l’attività economica in diversi paesi, aumentando la possibilità di riforme più lente o significativi cambi negli obiettivi» sostiene l’organismo internazionale, che rivede al ribasso anche le stime di crescita dell’area euro e degli Usa.

 

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the nightmare fussl
Italia

Alitalia, Ilva e debito pubblico, le follie dell’estate

Pare che la maggioranza stia per trovare un accordo sul controllo pubblico dell’Alitalia, senza partner industriale esterno, facendo invece cooperare Ferrovie dello Stato, Cassa Depositi e Prestiti e la sua controllata Poste italiane, di fatto compiendo la nazionalizzazione dell’Alitalia. Rifare gli errori già fatti due volte negli ultimi 15 anni, ma stavolta tutto da soli, con probabile ulteriore aumento dei miliardi che andranno persi.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, c’è da avere paura, ma purtroppo  vanno in questo senso le dichiarazioni di Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Una frase che non merita particolari commenti… sarebbe da chiedere a Di Maio quale vettore aero al mondo “gestisca” i flussi turistici piuttosto che servirli…

Nel frattempo Di Maio briga per modificare l’accordo sull’Ilva, chiedendo ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica, minando ovviamente la credibilità del nostro Paese nei negoziati con le multinazionali.

Nel caso di Ilva, come giustamente sottolinea il sito Phastidio.net:

 se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia. Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sul tema del debito pubblico, è invece a dir poco allarmante la dichiarazione del sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, che ha auspicato un patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri «Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali. Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani degli italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

No. Lo spread non ci sarebbe più, ci sarebbero solamente una moltitudine di ulteriori risparmiatori italiani in ginocchio con in mano carta straccia.

Nel frattempo il declassamento del debito pubblico italiano continua e potrebbe portare a qualche attacco speculativo al debito pubblico capace di accelerare la situazione, che nessun salvataggio europeo del Tesoro potrebbe contenere, portando il Paese al baratro.

Un’altra grande manovra economica in arrivo sarebbe quella della “quota 100” nelle pensioni, che potrebbe essere ottenuta finanziando la cosiddetta “pace fiscale” pensata  da Salvini.  Si tratterebbe di pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Una sanatoria, insomma.

Il gettito stimato da questa operazione, una decina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la “quota 100” delle pensioni.

Finanziare con una misura una tantum una maggiore spesa corrente permanente è ovviamente una follia che porterà danni negli anni a venire, ma ciò che accadrà dopo pare continuare ad essere un pensiero di nessuno, tanto meno di chi sta al governo.

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hopper pompe di benzina
Italia

Chi ha la benzina più cara d’Europa??? indovinate…

Esiste il luogo comune che il nostro Paese abbia la tassazione più elevata e che di conseguenza i nostri prezzi del carburante siano i più alti.

Si tratta del solito stereotipo negativo sull’Italia?

Semplicemente è l’amara realtà. Così dice la classifica dei prezzi alla pompa stilata dal Commissione europea nel suo bollettino di monitoraggio dei prezzi: l’Italia, che è sempre stata tra le prime in questo tipo di classifica, è finalmente riuscita a conquistare il primato assoluto per la benzina.

Ecco la classifica del pieno più costoso d’Europa (benzina):

  1. Italia
  2. Olanda
  3. Grecia
  4. Danimarca
  5. Finlandia

Ecco le ultime, ovvero con il pieno più economico.

26. Lussemburgo; 27. Polonia; 28. Bulgaria

La differenza è notevole, si passa dagli oltre 1,5 euro al litro che si pagano in Italia ai poco più di 1,03 della Bulgaria.

In realtà la maggiore tassazione è quella dell’Olanda, ma per ragioni commerciali il prezzo del carburante è minore che in Italia e dunque il primato rimane nostro.

Sul gasolio invece, alcuni paesi (come la Svezia e l’Inghilterra) attuano specifiche politiche disincentivanti nei confronti di questo carburante, ma non impediscono all’Italia di salire comunque sul podio.

Ecco la classifica del pieno di gasolio più costoso d’Europa:

  1. Svezia
  2. Inghilterra
  3. Italia

In conclusione, al governo non occorrono manovre ulteriori, siamo già i primi!!!

Di seguito i dati completi: nella colonna sinistra il prezzo della benzina, in quella destra del gasolio:

oil bulletin aprile 2017

 

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antonello blandi lape e colori di Sicilia
Italia

Cartelle esattoriali in Sicilia, incassato solo l’8%, miliardi in prescrizione

La Riscossione Sicilia è l’ente pubblico/privato incaricato di riscuotere le tasse non pagate sull’Isola.

I numeri dell’inefficienza di tale carrozzone sono stati dichiarati dal suo ultimo amministratore, Antonio Fiumefreddo, che è stato recentemente sentito dalla Commissione AntiMafia.

Le cifre sono impressionanti:

negli ultimi 10 anni, in media la società di riscossione ha avuto l’incarico di incassare oltre 5 miliardi di euro l’anno, riuscendo a farsene dare 480 milioni, ovvero circa l’8% del dovuto.

Significa che oltre il 90% dell’evasione accertata in Sicilia non ha avuto pagamento
.

Equitalia ha spaventato per anni mezza Italia, ma non la Sicilia, dove non ha mai messo piede!

Equitalia ha spaventato per anni mezza Italia, ma non la Sicilia, dove non ha mai messo piede!

Questo senza contare che la Riscossione Sicilia stessa ha prodotto milioni di debiti, essendo a sua volta un carrozzone con quasi 1.000 dipendenti e capace di dare incarichi fino a 800 avvocati l’anno.

Tra i debitori/evasori lasciati in pace dalla Società di Riscossione, anche vari consiglieri regionali siciliani, che evidentemente ben accettavano l’indolenza dell’ente incaricato di perseguirli…

Riportiamo qui l’articolo apparso su Il Sicilia lo scorso 15 febbraio.

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antonio nunziante temporale d'estate
Italia / Blog

Meno dazi e protezionismo, maggiore la ricchezza. La classifica mondiale

Contrastare la disoccupazione e la delocalizzazione delle industrie e dei posti di lavoro innalzando le frontiere commerciali, è la tentazione in cui cadono molti, tra cui nientemeno che Trump o Salvini e i rispettivi sostenitori.

 

L’argomentazione ha facile presa sulla popolazione nonostante gli economisti tentino di spiegare con le loro teorie il cattivo funzionamento a lungo termine delle misure protezionistiche.

 

Nella foto qui sotto ecco una classifica recentissima pubblicata dal World Economic Forum, che mette in ordine gli stati in base al grado di maggiore facilità di commercio internazionale, ovvero in base al minor grado di protezionismo.

 

Primeggiano Singapore e Hong Kong in Asia, mentre in Europa troviamo Lussenburgo, l’Olanda, la Germania, i paesi nordici quali Finlandia e Svezia.

 

Guarda caso, tutti paesi con grande sviluppo economico e bassissima disoccupazione…

 

I fatti confermano la teoria e danno torto ai semplicistici.

 

 

stati con minori dazi doganali

Classifica degli stati MENO PROTEZIONISTICI al mondo

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