Semplificazione / Burocrazia

pietro bruegel il vecchio 800px-Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_(1559)
Italia

Semplificazione? 2.000 pagine di norme fiscali nel 2016

Da anni si predica la semplificazione, in materia tributaria e fiscale, la cui farraginosità è un peso che schiaccia i contribuenti italiani quasi più dell’elevata imposizione stessa.

 

Ebbene, la risposta del nostro legislatore e dei suoi burocrati a questa evidente necessità è stata semplicemente terrificante: secondo lo studio presentato in questi giorni dalla CGIA nel 2016 sono state prodotte circa 2.000 nuove pagine di norme inerenti il fisco, che vanno in parte a sostituire ma soprattutto ad aggiungersi a quelle già esistenti.

 

Una quantità enorme di leggi, cavilli, postille, disposizioni, circolari. Solo per contarle, il centro studi della CGIA ha dovuto impiegare quasi un anno.

 

Nel 2016 infatti sono stati approvati 11 leggi e decreti legge di natura fiscale che a loro volta, hanno modificato 110 normative esistenti. Nello anno sono stati emanati ben 36 decreti ministeriali – tre ogni mese – composti complessivamente da 138 articoli. Il direttore dell’Agenzia delle entrate ha apposto la sua firma su 72 provvedimenti mentre gli uffici competenti del ministero delle Finanze e della stessa Agenzia delle entrate hanno pubblicato 50 circolari e 122 risoluzioni che, messe tutte assieme, formano appunto l’enorme malloppo di circa 2 mila pagine di testo, necessarie per essere aggiornati rispetto alle novità fiscali del 2016.

 

La CGIA (clicca qui per vedere il comunicato sul sito della Confartigianato) sottolinea inoltre un ulteriore aspetto:

 

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più industrializzati, rimane altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Oltre a ciò, la CGIA tiene a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’assetto della Magistratura giudiziaria che coinvolga non solo gli addetti ai lavoro

 

 

Leggi tutto
via mercatovecchio 221
Udine

Via Mercatovecchio pedonalizzata, lavori rinviati ancora

I lavori per la contestatissima pedonalizzazione di via Mercatovecchio a Udine subiscono un ulteriore ritardo, come annunciato dall’assessore ai Lavori Pubblici Scalettaris, che ha dichiarato che: “al momento gli uffici stanno verificando la documentazione relativa alle sette offerte economiche che sono arrivate. Ci sono stati dei ribassi e di conseguenza sono stati chiesti dei chiarimenti. La ditta interessata ha tempo per rispondere fino al 19 luglio. Poi procederemo con l’aggiudicazione provvisoria e a quel punto scatteranno i 35 giorni di attesa previsti in viva cautelativa per far fronte a eventuali ricorsi”.

Il tutto è stato quindi rinviato a settembre, in ogni caso dopo Friuli Doc.

Non si tratta certo del primo rinvio… secondo le intenzioni del Comune, quando nel settembre dello scorso anno era stato approvato il progetto, i lavori avrebbero dovuto concludersi in novembre. La speranza era quella di far partire il cantiere dopo Natale 2016.

Ufficialmente il ritardo sulla tabella di marcia del Comune è stato causato dall’elevato numero di candidature presentate dalle ditte interessate all’appalto e nei successivi adempimenti burocratici, tra cui anche la certamente poco meritocratica procedura del sorteggio per effettuare una prima scrematura.  via mercatovecchio 22

Contro la pedonalizzazione della via udinese rimane tra l’altro da attendere l’esito di un ricorso al Tar presentato dall’associazione Amici di Mercatovecchio e da alcuni commercianti, mentre il consigliere Lorenzo Bosetti ha presentato un’interrogazione dove aver raccolto alcune segnalazioni sui preventivi fatti dal Consorzio pietra piasentina che sarebbero risultati più alti di quanto indicato dal Comune nel capitolato di gara.

Rimane quindi forte il dubbio che oltre alla consueta inefficienza burocratica dell’amministrazione ci sia anche una ponderata volontà di rallentare i tempi di realizzazione.

Un pensatore maligno potrebbe anche ipotizzare che la giunta non abbia davvero l’interesse che i lavori per questo contrastato progetto finiscano prima delle prossime elezioni comunali…

 

 

(immagine di anteprima di @annarives68)

Leggi tutto
jamie wyeth looking south
Le stilettate degli Amici di Robin Ud / Blog

Internet non funziona, lo dice il fondatore di Twitter

«The Internet is broken», Internet non funziona più, lo dice nientemeno che Evan Williams, uno dei creatori di Twitter.

La libertà di informazione estrema non ha portato ad un miglioramento della circolazione di idee e notizie, bensì ad un peggioramento e al fenomeno ormai vertiginoso delle fake news,nonchè al moltiplicarsi dei troll (sia umani che cibernetici) e all’accadimento di fatti gravissimi, come omicidi veri ripresi in diretta video per essere trasmessi su Facebook.

L’intervista rilasciata da Evan Williams al New York Times sancisce una sentenza definitiva, la conferma di un’idea pessimistica delle informazioni sul web che da tempo si stava diffondendo e che evidentemente non è più solo condivisa dagli scettici di internet, bensì da uno di coloro che  ha concretamente sognato che lo sviluppo della rete avrebbe portato a ben più elevati scopi e risultati e che ora è costretto a rivedere decisamente le proprie ambizioni idealistiche.

Ecco il sunto del pensiero di Evan Williams:

«Un tempo pensavo che, se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo. Internet premia gli estremi. Se vedi un incidente mentre stai guidando, ovviamente lo osservi: e tutti, intorno a te, lo fanno. Internet interpreta un comportamento simile come il fatto che tutti vogliano vedere incidenti: e fa in modo che gli vengano forniti. l problema è che non tutti siamo persone perbene. Gli umani sono umani. Non è un caso che sulle porte delle nostre case ci siano serrature. E invece, Internet è iniziato senza pensare che avremmo dovuto replicare questo schema, online.

Trump ha detto che senza Twitter non sarebbe stato presidente? Se così fosse, mi spiace. Davvero.

La Silicon Valley si percepisce come Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha consegnato ai mortali. Quel che tendiamo a dimenticare è che Zeus se la prese così tanto con Prometeo che lo incatena a una roccia, così che gli uccelli potessero mangiarne le viscere in eterno. Qualcuno potrebbe ora dire che è quello che ci meriteremmo, per aver consegnato a Trump il potere dei tweet.

I sistemi basati sulla pubblicità, premiano inevitabilmente l’attenzione di molti utenti. Non possono premiare la risposta corretta. I sistemi pagati dai consumatori, invece, possono premiare il valore di un contenuto. La soluzione è una sola: le persone dovranno pagare per contenuti di qualità.
Credo che riusciremo a sistemare questa situazione ma il lavoro è appena cominciato. Vent’anni non sono un periodo troppo lungo, per modificare i meccanismi di funzionamento della società

zipster

Logo di Zipster, l’aggregatore di notizie

La necessità anche a livello locale di implementare i servizi di qualità è evidente, come dimostra il recente lancio di Zipster , piattaforma che funge da aggregatore di notizie, ma che soprattutto seleziona le notizia, eliminando le fake news.

Aumenta inoltre il numero di chi pensa che pagare a fronte del servizio sia normale e corretto nella vita digitale, come in quella reale e infatti servizi quali Spotify, uno dei principali fornitori di musica in streaming, incrementano il numero dei clienti abbonati, rispetto a chi accetta le limitazioni e le pubblicità della modalità gratuita.

I quotidiani nazionali italiani, dopo anni di servizi completamente gratuiti, cominciano a capire che per dare valore all’approfondimento professionale dei propri giornalisti e per poter mantenere un livello di informazione di buon livello e non limitato ai copia e incolla di poche righe dei dispacci delle agenzie, è necessario farsi pagare, il che significa prima di tutto farsi apprezzare.

La qualità si paga, questa è la verità, il resto sono sogni.

Una regola che vale anche per il web.

 

 

evan williams

Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter

Leggi tutto
5000-lire
Italia

Euro Si, Euro No: la storia non ha la retromarcia

Continua il dibattito che coglie al cuore una delle questioni più importanti dell’attuale situazione dell’Unione Europea, ovvero se l’uscita dall’Euro sia una soluzione possibile ed auspicabile, come sempre più voci politiche sembrano sostenere.

 

Sul tema, sulle pagine del Sole24ore si è espresso l’economista americano Barry Eichengreen, che analizza la storia monetaria dell’Euro, sottolineandone gli errori, e propone un’efficacie metafora per descrivere la situazione: la macchina europea non ha la retromarcia e per tornare indietro gli sforzi sarebbero disumani.

 

Tuttavia Eichengreen nella sua disamina critica pesantemente la politica europea del Bail-In che impedisce all’Italia di sistemare il dissesto della sue banche.

 

Riportiamo qui sotto il testo dell’editoriale dell’economista americano.

 

Ci sono ragioni valide per sostenere che la creazione dell’euro e la partecipazione dell’Italia siano stati due
errori storici. Il problema, come sappiamo ora, è che un’unione monetaria senza unione bancaria e unione politica non funziona. O almeno non funziona in modo soddisfacente per tutti.
Il primo decennio dell’euro ha visto un’imponente spostamento di capitali dall’Europa settentrionale, dove i tassi di interesse erano bassi, all’Europa meridionale, dov’erano più alti. Non c’era un’autorità di vigilanza unica, e più in generale non c’era nessuna unione bancaria che tenesse conto dell’impatto che avrebbe avuto la regolamentazione lasca delle banche francesi e tedesche su questi flussi, e come ne sarebbero stati influenzati i Paesi beneficiari.
I flussi che ne sono risultati hanno fatto scendere i tassi di interesse in tutta l’Europa meridionale. La
possibilità di finanziare i consumi a buon mercato ha creato un falso senso di prosperità, che ha incoraggiato i Paesi beneficiari a rinviare le riforme e ha consentito decisioni di investimento avventate, che ora gravano sulle istituzioni finanziarie che le hanno intraprese.
Il risultato è che l’Italia si trova oberata da un sistema bancario debole, una crescita anemica e vincoli sulla ricapitalizzazione delle banche ispirati dalla Germania. Sempre più italiani hanno la percezione che il loro Paese sia bloccato e che serva qualcosa di radicale per «sbloccarlo».
Ma riconoscere che adottare l’euro è stato un errore non significa che la linea d’azione migliore sia
abbandonarlo ora. La storia non ha la retromarcia. Uscire dall’euro non risolverebbe i problemi dell’Italia.
I vincoli alla crescita sono le restrizioni dei mercati dei prodotti e un sistema fiscale inefficiente, che deprime la produttività e scoraggia gli investimenti. I lettori italiani non hanno certo bisogno della lezioncina di un economista straniero per sapere che queste situazioni vanno cambiate.
L’interrogativo è se abbandonare l’euro accelererebbe queste riforme. Chi afferma di sì sostiene che
reintroducendo la lira e svalutandola le esportazioni e la crescita del Belpaese riceverebbero una spinta. Dal momento che la torta si ingrandirebbe, gli interessi costituiti sarebbero meno determinati a difendere la loro fetta immutabile e più inclini ad accettare riforme che accrescono la flessibilità.

Però non esistono dati che indichino in modo univoco che i Paesi fanno più riforme nei periodi in cui
l’economia tira. E anche il confronto tra l’esperienza italiana negli anni relativamente positivi prima del 2007 e gli anni più difficili successivi a quella data non induce a pensare che più prosperità renda possibile fare più riforme.

Anzi, induce a temere che la reintroduzione della lira sarebbe visto come una sorta di elisirmagico che rende inutili ulteriori riforme.
Inoltre, abbandonare l’euro avrebbe due costi seri. Il primo è che scatenerebbe il caos finanziario. Sapendo che la lira viene introdotta per lasciarla deprezzare rispetto all’euro, gli investitori fuggirebbero via. Il mercato azionario e il mercato obbligazionario crollerebbero. Importanti istituzioni finanziarie diventerebbero insolventi e bisognerebbe chiudere le banche a tempo indeterminato come è successo a Cipro, e dopo imporre restrizioni sui prelievi. Dovrebbero essere applicati controlli di capitale come quelli che l’Islanda ha appena eliminato (quasi dieci anni dopo averli introdotti). Non sembrano le condizioni ideali per un pronto ripristino della crescita.
I detrattori dell’euro ribatteranno che questi allarmi sono esagerati e sosterranno che la transizione può
essere gestita senza scossoni. Io non penso. Precedenti casi di unioni monetarie sciolte senza contraccolpi
sono avvenuti in circostanze molto diverse, che non hanno nessuna attinenza con la situazione odierna
dell’Italia.
Il secondo costo sarebbe quello di mettere a rischio l’accesso dell’Italia al mercato unico. L’abbandono
dell’euro sarebbe visto dai partner europei come un atto ostile, una revoca da parte italiana dei doveri
prescritti dai trattati. Il deprezzamento della lira sarebbe visto come un tentativo di risolvere i problemi degli esportatori italiani a spese dei loro concorrenti esteri, spingendo la Germania e altri a replicare con
restrizioni ai commerci. Il Regno Unito ha scoperto che abbandonare l’Unione Europea conservando
l’accesso al mercato unico è (come dirlo in modo educato?) complicato.

L’Italia scoprirebbe che abbandonare l’euro conservando pieno accesso al mercato unico è altrettanto complicato.
Tutto questo non significa che non ci siano delle falle da tappare nella struttura della zona euro. Il processo dovrebbe partire dal completamento dell’unione bancaria, rimasta a metà. Dovrebbe proseguire con una completa disconnessione delle banche dal mercato del debito pubblico, imponendo requisiti aggiuntivi di capitale se tengono in portafoglio titoli di Stato, invece di continuare con la finzione che quelle obbligazioni siano prive di rischio.
Il passo successivo sarebbe restituire la responsabilità della politica di bilancio alla sua sede naturale, i
Governi nazionali. Ci sono preferenze nazionali differenti in materia di politiche di bilancio, e i tentativi di supervisione di Bruxelles servono soltanto ad aggravare le tensioni. Le contese che ne sono nate hanno
peggiorato le prospettive di integrazione politica, creando conflitti e disarmonia. Non c’è decisione di politica nazionale più intima di quanto tassare e cosa spendere. La tesi, popolare in Germania, che il «rimpatrio» delle competenze in materia sia impraticabile perché la politica di bilancio ha forti ripercussioni oltreconfine non è supportata dai dati. Se il timore è che l’indisciplina di bilancio destabilizzi le banche costringendo la Bce a rispondere con finanza inflazionistica, allora la soluzione è semplicemente, di nuovo, disconnettere le banche dal mercato del debito pubblico.
La terza riforma essenziale è buttare a mare le regole europee sul bail-in, che impediscono al Governo italiano di usare le sue risorse di bilancio per ricapitalizzare le banche.
Se rimane nell’euro, l’Italia avrà la possibilità di sostenere queste riforme. Se ne resta fuori, avrà poche
speranze di influenzare le decisioni dei suoi vicini. Certo, in assenza di riforme l’euro rimarrà una pietra al collo del Paese. Ma in definitiva se l’economia italiana affonderà o resterà a galla non dipenderà dal peso di questa pietra, ma dalla capacità di intraprendere le riforme necessarie in Patria.

Leggi tutto
georgia o keeffe - lake george refection
Italia

Euro Sì o Euro No: la libertà dai vincoli europei è ormai una pericolosa bandiera elettorale

Il confronto sull’eventuale uscita dall’Euro non può essere trattato con partigianeria o emotività, come sempre più spesso avviene.

Sulle pagine del Sole 24Ore il professor Zingales ha invitato ad aprire un dibattito costruttivo sull’importantissimo tema, reso attuale dal fatto che il “NO” all’Euro è uno dei punti programmatici di alcuni dei movimenti politici più in ascesa.

Riportiamo qui i passaggi salienti dell’opinione in merito dell’economista Stefano Micossi, apparsa sul Sole24 Ore dello scorso 27 aprile.

Micossi cita anzitutto la pubblica dichiarazione di 25 premi Nobel apparsa su Le Monde poco prima delle elezioni presidenziali francesi i quali sottolineano che: «c’è una grande differenza tra scegliere di non aderire all’euro fin dal principio, e uscirne dopo averlo adottato».

Micossi quindi cita Krugman il quale sostiene che uscire per chi sta dentro produrrebbe conseguenze finanziarie devastanti (come confermato anche dal greco Varoufakis).

Ma i premi  Nobel, nella loro dichiarazione incentrata appunto sul caso francese, denunciano soprattutto che se la Francia uscisse dall’euro, vi sarebbe un reale rischio di dissoluzione non solo della moneta comune, ma dell’Unione europea, aprendo la strada allo smantellamento del mercato interno e all’emergere in sua vece di mercati nazionali separati da barriere protezionistiche. Su questo, Micossi propone tre interessanti valutazioni, che qui riportiamo:

 

La prima è che agli occhi di molti accademici americani – si veda per tutti il volume di Joseph E. Stiglitz The Euro: how a Common Currency Threatens the Future of Europe (Norton 2016) – il mercato unico, la moneta comune e le istituzioni create per sorreggere la realizzazione sono entità separate e indipendenti. Così, ai loro occhi il regime di cambio non influenza il mercato, dato che nulla impedisce agli operatori di coprirsi dai rischi di cambio a costi trascurabili. Analogamente, la decisione di cooperare in materia di controllo dei confini e di sicurezza comune appare ai loro occhi indipendente dalla scelta di condividere la moneta. Ma la storia contraddice questa visione, come ha magistralmente ricordato Sergio Fabbrini nei giorni scorsi su questo giornale. La ricerca costante della stabilizzazione del cambio, dopo la rottura dei cambi fissi di Bretton Woods, è stata sempre legata alla costruzione del mercato interno; e l’unione monetaria è stata la figlia della crisi del sistema dei cambi fissi, ma aggiustabili, dello Sme, dopo la scelta di liberalizzare i movimenti di capitali alla fine degli anni 80. Nel momento in cui si incorpora nei Trattati la moneta comune, a Maastricht, si istituisce anche l’Unione politica, articolata sui tre pilastri del mercato, della sicurezza interna e della politica comune estera e di difesa. Nel frattempo, le esigenze di preservare le quattro libertà di movimento all’interno del mercato unico (beni, servizi, capitali e persone), presenti fin dall’origine nei Trattati, conducono allo sviluppo di un sistema giuridico centrato sulla giurisprudenza della Corte europea di giustizia

Queste componenti sono tra loro intimamente legate; se ne cade una, cadono anche le altre come birilli.

Ad esempio, i negoziatori italiani che cercavano di riportare la lira nello Sme a metà degli anni 90 furono avvertiti che una nuova svalutazione della moneta italiana, dopo quella del 1992-93, avrebbe condotto all’instaurazione di barriere commerciali sulle esportazioni dei prodotti italiani verso il mercato interno. Dovettero anche inghiottire una certa rivalutazione del cambio come biglietto di ri-ammissione (circa un terzo della svalutazione originaria). Così come la moneta faceva parte dello scambio politico fondativo dell’Unione tra la Francia e la Germania nel momento dell’unificazione tedesca; e l’Unione politica era una precisa richiesta della Germania che rinunciava al marco (su questo i francesi ancora stentano a trovare una risposta).

La seconda osservazione riguarda le ragioni profonde della “preferenza rivelata” per i cambi fissi dei Paesi dell’Europa continentale, costantemente ribadita attraverso le più grandi tempeste finanziarie dagli anni 70 in poi. Questi Paesi sono “piccoli” nel contesto internazionale, fortemente tra loro integrati e collettivamente molto meno integrati con il resto del mondo, e hanno la caratteristica comune di ordinamenti economici e sociali piuttosto rigidi nei quali il cambiamento non viene semplicemente introdotto dalle forze di mercato, ma viene mediato politicamente tra le forze sociali con l’intervento attivo dei governi. È questo il modello dell’economia sociale di mercato, i cui equilibri sono incompatibili con regimi di cambio flessibile tra le monete dell’area. Non contrasta con questa analisi il fatto che alcuni Paesi del Nord Europa non abbiamo aderito all’euro: a tutti gli effetti, essi sono rimasti ancorati al cambio dell’euro e alle regole del mercato interno. Diverso era il caso del Regno Unito, che ha potuto restare nell’Unione come un free rider del mercato interno, con forti benefici per la sua piazza finanziaria, ma alla fine se n’è andato lo stesso, perché non riusciva ad accettarne le regole di libera circolazione garantite dalla Corte di Giustizia. Non è un caso, dunque, se nel momento delle scelte esistenziali, gli elettori dell’Europa continentale scartano le avventure e scelgono di continuare con l’euro e con l’Unione.

Infine, l’ultima osservazione: le politiche economiche necessarie ad assicurare la crescita sono esattamente le stesse sia con cambio fisso che con cambio flessibile. Senza disciplina di bilancio e disciplina nei costi industriali, senza progresso costante della produttività, non ci può essere crescita sostenuta. Trovo profondamente disonesto promettere all’opinione pubblica la libertà dai vincoli europei come bandiera elettorale, quando mi pare ovvio che una svalutazione del cambio (dopo l’uscita dall’euro) richiederebbe sacrifici di bilancio e sacrifici nel tenore di vita della popolazione molto più severi di quelli che il governo italiano fatica a fare accettare con i cambi fissi.

Leggi tutto