Sprechi/Corruzione

di maio and company esultano
Italia

Il 2,4% un banco di prova per un Governo privo di limiti

Il rapporto Deficit/Pil al 2,4% è davvero così grave?
All’esultanza del governo è seguito il tracollo in borsa e l’aumento dello spread ai livelli massimi.
Il PD ha annunciato proteste in piazza e il segretario Martina ha dichiarato che: “con questa manovra, il governo giallo-verde ha scaricato 100 miliardi sulle spalle delle generazioni future
Sullo scetticismo internazionale, Salvini ha messo le mani avanti: l’Europa se ne farà una ragione.

Tra chi grida al disastro e chi festeggia il successo del popolo, la verità dove si trova?

 

Di Maio esulta per il 2,4%.

Di Maio esulta per il 2,4%.

I FREDDI NUMERI

Secondo gli esperti economici internazionali di Black Rock e Jp Morgan, la pesante reazione negativa dei mercati è avvenuta poiché il dato del 2,4% ha superato le peggiori ipotesi trapelate nei giorni precedenti, durante la querelle tra Tria e i 5Stelle.

Gli osservatori economici infatti prevedevano al massimo il 2%.
Più che dalla reale capacità finanziaria dell’Italia di sostenere tale indebitamento, il venerdì nero sarebbe quindi dovuto all’effetto sorpresa. (clicca qui per il dibattito, in inglese)

 

Analizzando i freddi numeri, il 2,4% del Pil costituirebbe un indebitamento di poco più di 41 miliardi, mentre con un valore dell’1,8% ci si sarebbe fermati a 30 miliardi, che sarebbero stati 13 con lo 0,8% l’auspicato dall’Europa.
La differenza tra l’ipotesi più virtuosa e quella reale è dunque di una trentina scarsi di miliardi. Una cifra importante in assoluto, ma relativamente è pur vero che si tratta proprio degli “zero virgola” di cui parlava Di Maio.
Possono questi “zero virgola” mettere davvero in crisi un Paese come l’Italia?

Quanto costa in più il debito se viene a mancare la fiducia degli investitori?
Il rendimento dei BTP a 10 anni è ora al 3,15% di rendimento annuo, contro i minimi intorno 1,65% toccati prima che Di Maio e Salvini si insediassero al governo e contro i 2,66% di poco prima dell’annuncio shock di giovedì scorso.
Calcolatrice alla mano, con gli interessi attuali, la manovra (del solo 2018) voluta da Di Maio costerà di interessi circa 13 miliardi (nei prossimi 10 anni). Un indebitamento di pari cifra sarebbe costato tra i 6 e i 7 miliardi al governo Gentiloni che godeva di maggiore credito e quindi a cui veniva prestato denaro all’interesse di 1,65.
L’inefficienza è di 7 miliardi di interessi (da pagare nei prossimi 10 anni) è dovuta alla minore considerazione che l’attuale governo gode sui mercati internazionali.
Sono pochi?

 

7 miliardi al vento per una manovra (salvo ulteriori aumenti di spread e interessi) non sono pochi, ma non porteranno di per sé al default l’Italia.

Dunque le previsioni più nefaste peccano di un eccesso di pessimismo rispetto ai numeri reali?

 

IL SUPERAMENTO DEI LIMITI DIMOSTRA LA FORZA DEL GOVERNO

I numeri e le fredde analisi non considerano il fattore emotivo e gli aspetti politici.
Con questo provvedimento Di Maio e Salvini hanno dimostrato di fare sul serio.
Per la prima volta hanno davvero sfidato il mondo, facendo capire chi comandava.
Il superamento della Legge Fornero e Reddito di Cittadinanza hanno avuto la priorità, costi quel che costi.
Se il sostegno degli elettori continuerà, i due ministri leader del governo continueranno per la propria strada, portando avanti gli obiettivi a loro più cari a dispetto di una programmazione mirata al futuro del Paese.
Se il primo test di presa di potere avrà il risultato sperato, nulla più impedirà di andare verso uno scontro sempre più violento con l’Europa e si potrebbe davvero innescare una spirale con un potenziale esito di portata storica.
Dalle parole si sta passando ai fatti e a questi potrebbero seguire i numeri.
Non ci saranno “troike” per l’Italia perché se l’attuale governo avrà il sostegno del popolo, avrà anche la forza di rifiutare ogni ingerenza esterna.
In questa prospettiva nulla è più impossibile, nemmeno l’uscita dall’euro, che  pare inconcepibile ma potrebbe diventare alla portata di un governo che ora sta pesando la propria forza e che rischia di scoprirsi molto più forte di quanto pensasse.

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B7NRRE Silhouette of oil platform in sea against moody sky at sunset
Il Cavaliere Blu / Italia

Sovranismo e fondi sovrani… il modello Norvegia

Mentre in Italia si guerreggia per trovare i 10 miliardi per il reddito di cittadinanza (i “cazzo di 10 miliardi” come direbbe qualche esimio rappresentante del governo) e aumentare il debito alla faccia dei dettami europei, il Fondo Sovrano Norvegese annuncia di aver realizzato lo scorso anno un utile di 130 miliardi di dollari che verranno distribuiti ai cittadini.

 

Insomma, con la sola rendita del proprio fondo sovrano, la Norvegia potrebbe fare 13 redditi di cittadinanza di Di Maio. Anzi no, molti di più se si conta che la Norvegia ha molti meno abitanti dell’Italia e MOLTI meno abitanti poveri…

 

I miliardi non si fanno col debito, è proprio il contrario. Qualcuno potrebbe spiegarlo ai nostri governanti e a chi li sostiene?

 

Il sovranismo italico ama rappresentare l’Europa come un guardiano inflessibile che impedisce all’Italia di indebitarsi felicemente… Tutti dimenticano però che il debito fa male proprio all’Italia e quando cresce erode i conti statali, così alla lunga ci si trova a dover raschiare con difficoltà i “cazzo di miliardi” che servono.

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

 

Esistono paesi “sovranisti” che funzionano bene e la Norvegia è uno di questi. Infatti ha usato la propria libertà per creare un Fondo sovrano che ora è il più grande del mondo, con 1,3 trilioni di miliardi di dollari di patrimonio, e che è in grado di produrre avanzi annuali di cui possono usufruire i cittadini.

 

L’Italia vorrebbe invece maggiore autonomia per fare ancora più danni, ovvero per fare ancora più debito.

Ciò che vogliono fare i nostri e prendere qualche miliardo in più adesso per poter rispettare promesse elettorali stasera e mandare il conto da pagare a chi verrà domani…

 

(clicca qui per leggere l’articolo in inglese del World Economic Forum sul Fondo Norvegese)

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ponte romano
Il Cavaliere Blu / Italia / Blog

Ponte Morandi: grandezza di ieri, piccolezza che resta

La tragedia del ponte Morandi a Genova non è avvenuta per gli errori del suo visionario progettista, ma per la piccolezza e la mancanza di coraggio che caratterizza il nostro presente.

L’Italia degli anni 60 era coraggiosa e innovatrice, fatta di uomini come l’ingegner Riccardo Morandi che ne erano la dimostrazione. Grandi opere prendevano vita ovunque, ostacoli quali montagne e fiumi venivano superati. Ora ci vogliono anni per allargare un’autostrada che già esiste, figuriamoci chi avrebbe il coraggio di demolire e rifare un viadotto enorme come quello crollato martedì.

 

L’ERRORE DI RICCARDO MORANDI

Il padre del funesto ponte di Genova, l’ingegner Morandi, l’avrebbe sicuramente buttato giù prima che cadesse, magari non avrebbe ammesso i propri errori progettuali, ma non avrebbe lasciato che la sua opera si trasformasse in tragedia.

Il disastro del ponte Morandi nasce da un errore umano che va in qualche modo perdonato, l’amore per la propria creazione.

Morandi all’epoca era uno dei guru mondiali del calcestruzzo armato precompresso e aveva brevettato sistemi che ne consentivano un utilizzo nuovo con risultati fino ad allora impossibili.

Amava talmente la sua idea da averne una fiducia esagerata.

Riccardo Morandi peccò di Hybris, direbbero i greci, ma fu un grande innovatore

Riccardo Morandi peccò di Hybris, direbbero i greci, ma fu un grande innovatore

Per realizzare il ponte di Genova, Morandi decise di utilizzare la sua creazione, il calcestruzzo armato precompresso, anche per realizzare gli stralli, ovvero i tiranti che sostengono le campate. L’amore per il suo materiale lo portò a preferirlo anche laddove veniva (e viene tutt’oggi) utilizzato il metallo puro e semplice.

Era un’innovatore, Morandi. Voleva dimostrare che il calcestruzzo precompresso poteva essere applicato anche nei compiti in cui era richiesta la pura resistenza alla trazione. Il vantaggio sarebbe stato che i cavi metallici che comunque avrebbero costituito l’anima dello strallo sarebbero stati protetti dall’involucro esterno e non avrebbero avuto bisogno di costante manutenzione per essere salvaguardati dall’azione corrosiva degli agenti esterni.

Sarebbe potuto durare di più e con meno manutenzione. Mai intuizione fu così sbagliata…

Non a caso il professor  Brencich, professore di tecnica costruttiva all’Università di Genova, da anni sosteneva duramente che il ponte sul Pulcevera fosse un “fallimento dell’ingegneria” come era stato chiaro fin dagli anni 80 per le infinite opere di correzione che si erano rese necessarie. (clicca qui per sentire l’intervista del 2016 al professor Brencich su Canale10)

 

L’ESEMPIO DEL COMET, IL PRIMO JET DI LINEA DELLA STORIA

Morandi, che pure era un grande maestro e mise a punto brevetti che cambiarono l’edilizia, progettò e diede il proprio nome ad un “fallimento” dell’ingegneria che ora è divenuta una tragedia.

Il suo nome è ora legato alla morte, se lo merita?

Chi innova, rischia.

Può non piacere, nel mondo attuale in cui si crede che la legge giuridica possa governare la scienza e la natura, ma le leggi della fisica, dei numeri, della medicina, le regole dell’universo insomma, non si lasciano piegare a nostro piacimento.

Solo i pensatori illuminati portano progresso e talvolta anche loro compiono errori.

Erano forse degli emeriti imbecilli i progettisti dell’inglese De Havilland che progettarono il primo jet di linea capace di portare cento passeggeri dall’altra parte del mondo a velocità altissime, paragonabili a quelle degli aerei attuali, già nel 1949?

il Comet 1 , il primo jet di linea , in volo dal 1949. Era un capolavoro, ma con un piccolo e disastroso difetto...

il Comet 1 , il primo jet di linea , in volo dal 1949. Era un capolavoro, ma con un piccolo e disastroso difetto…

Il Comet partì con grande successo, volava che era una bellezza, era costruito con nuove leghe in alluminio e aveva superbi motori jet, ma dopo un paio d’anni cominciò a cadere. Di fatto si disintegrava in aria.

Come era possibile? Qual era il tallone d’achille di un simile capolavoro dell’ingegneria? Si riunirono i più grandi esperti e testarono in ogni modo gli esemplari superstiti fino a capire che l’aereo aveva un solo piccolo grande difetto: i finestrini quadri.

Lo sforzo della fusoliera si concentrava, a causa di un effetto meccanico noto ma sottovalutato, intorno agli spigoli retti dei finestrini e dopo alcune decine di voli si creavano pian piano delle piccole e poco visibili crepe che cedevano poi disastrosamente a causa della pressurizzazione portando al cedimento strutturale e al disastro.

Innovare talvolta è un rischio.

Chi progettò il Comet sbagliò in nome del progresso e quando l’errore fu scoperto venne corretto e fu da tesoro per i futuri velivoli.

I Comet con i finestrini quadri vennero ritirati dalla circolazione.

Il crimine non è progettare in modo innovativo, è persistere nell’errore quando questo è stato scoperto.

 

LA COLPEVOLE ATTESA DEL CROLLO, CREPA DOPO CREPA

Il Ponte Morandi presentava un deficit progettuale proprio laddove si pensava ci fosse il suo punto di forza.

I suoi cavi di precompressione coperti dal calcestruzzo dovevano essere da questo protetti e durare più a lungo. In realtà proprio lì stava la maggiore debolezza di tutta la struttura; non solo il metallo non è stato salvaguardato come si sperava, ma la copertura ha reso difficile o impossibile controllare lo stato di salute dei cavi metallici destinati a sobbarcarsi la fatica di “tenere su” il ponte, poiché non visibili dall’esterno.  ponte con stralli

Di questa opinione è lo stesso professor Brencich, principale nemico del Ponte Morandi anche in tempi non sospetti, che cita tra le probabili cause del crollo la difficoltà di poter monitorare lo stato dei trefoli (i cavi metallici) poiché questi risultano inguainati in un tubo di malta, come prevede appunto il brevetto di Morandi, e quindi incapsulati nel cemento.

Le difficoltà di monitoraggio non possono però fungere da alibi di fronte ad una catastrofe come questa. Se un’opera si rivela inadeguata e la sua cura diventa impossibile, va sostituita.

 

Il pensare in grande degli anni 60 portò Morandi a commettere alcuni errori. Il grande ingegnere peccò di hybris, direbbero gli antichi greci, ma forse va perdonato perché i suoi sbagli erano figli della grandezza e del coraggio e nascevano da una visione innovatrice, che tendeva al progresso.

 

Il pensare in piccolo, il desiderio di rattoppare, l’essere pronti a dire sempre di “no”, il non fare nulla è invece l’insieme di atteggiamenti imperdonabili che ha accomunato gli amministratori genovesi, gli enti autostradali e le squadre di ingegneri da loro ingaggiati che sono stati protagonisti degli ultimi 20 anni di storia di questo tragico ponte.

 

La piccolezza di chi, anche quando i nodi erano venuti al pettine, ha preferito attendere, aspettare, vedere cosa succede, finché… ecco cosa è successo il 14 agosto:

IL CROLLO, I MORTI, LE EVACUAZIONI.

 

Attendere il declino, vedere le crepe e cercare di coprirle, senza risolvere il problema all’origine, aspettare e vivacchiare.

Sono le pecche del nostro Paese, sono lo stato misero dell’Italia, ben rappresentata dai ponti che cadono e che finiscono sulle prime pagine di tutto il mondo.

L’Italia, il Paese che ha insegnato a mezzo mondo come erigere viadotti, gallerie e dighe, ora guarda crollare le proprie opere per colpa di un’inerzia mortale, che pare tanto una metafora del suo stato generale, con un declino che è graduale, lento, fatto di crepe e piccole fessurazioni, che prima o poi rischiano di portare al cedimento strutturale definitivo.

 

 

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ospedale stile quadro
Udine

Cartello su rifiuti Ospedale di Udine? Grave caso in tribunale

La Procura di Udine ipotizza che la gara d’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sanitari, un affare da oltre 20 milioni di euro, sia stata falsata da un accordo tra le ditte partecipanti, con danno economico ai danni dell’Azienda Sanitaria di Udine.

A processo a partire dal prossimo 22 novembre davanti al giudice monocratico Paolo Milocco, saranno 12 imprenditori del settore, ovvero, come elencati dal Messaggero Veneto: Nunzio Scudieri, 47 anni, residente a Cremona, Sabrina Castagna, 50, di Avezzano, Giovanni Rosti, 56, di Brescia, Claudio Fumaria, 49, di Gubbio, Heinrich Hafner, 63, di Bolzano, Roberto Puviani, 53, di Rovigo, Roberto Olivi, 57, di Reggio Emilia, Cristian Maset, 44, di Fiume Veneto, Andrea Grassi, 57, di Reggio Emilia, Lorenzo Grasso, 60, di Rimini, Ruggero Favaro, 74, di Torviscosa, e Luigi Dean, 53, di Azzano Decimo.

L’esito della gara, del 3 settembre 2012, era stato l’affidamento dei servizi ad un raggruppamento che, a fronte di un affidamento di 20.588.171,04 euro, aveva portato alla spartizione dell’affare tra le ditte partecipanti mediante vari subappalto sottoscritti a favore delle società non vincitrici e di quelle rimaste escluse.

Da qui l’ipotesi del Pm di Udine Claudia Danelon sull’esistenza di un accordo tra ditte per non farsi concorrenza e poter aumentare l’introito, a conferma di un illecito accordo preventivo sarebbe l’aumento di  quasi 3 milioni che si è avuto rispetto alla migliore proposta ricevuta in occasione della gara precedente.

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ANCONA - Quadro Kostabi donato a Ospedali Riuniti Ancona.
Regione Fvg / Senza categoria

Sanità Fvg: costi eccessivi, servizi peggiorati

Dal 2012 al 2016 le dotazioni delle strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia sono peggiorate con un decremento di impianti, apparecchiature e attrezzature disponibili ben più ampia rispetto a quanto accaduto nella altre regioni.

Questa la sintesi della relazione di “Controllo sulla gestione afferente al settore della sanità regionale anni 2014-2017”, depositata dalla Sezione di controllo della Corte dei conti per il Friuli Venezia Giulia.

«Il decremento della disponibilità di tali beni strumentali – si legge nelle conclusioni della relazione – si pone in concordanza con altro fenomeno già evidenziato nel precedente Rapporto, ovvero la diminuzione di concorrenzialità nel confronto con le altre regioni dei servizi ospedalieri offerti dagli enti sanitari del Friuli Venezia Giulia. La perdita di concorrenzialità si è manifestata sia in una diminuzione del saldo positivo derivante dalla differenza tra i servizi offerti a cittadini di altre regioni e quelli richiesti dai residenti del Friuli Venezia Giulia a strutture sanitarie di altre regioni, sia da una diminuzione della complessità-valore dei servizi ospedalieri offerti, rappresentata dall’indicatore sintetico ministeriale il cui peggioramento era già visibile analizzando i dati dell’anno 2010».

Secondo la Corte dei conti il costo per il personale è eccessivo rispetto all’attività svolta:

“i valori di degenza media ospedaliera rilevati in Fvg sono superiori ai valori obiettivo ricercati, soprattutto nell’area chirurgica, il che espone un quadro di non adeguata efficienza del sistema sanitario regionale, che trova parziale compensazione in un moderato miglioramento rispetto al 2013 dell’appropriatezza delle prestazioni ospedaliere e in una sostanziale tenuta dei buoni livelli di appropriatezza chirurgica raggiunti nel 2013, della gestione di alcune patologie croniche e in una diminuzione dei ricoveri ospedalieri. La diminuzione complessiva dei ricoveri in Friuli Venezia Giulia  non sembra, tuttavia, potersi interpretare con certezza nel senso di un miglioramento della qualità, tenendo conto che tale indicatore presuppone una sua buona rappresentatività della qualità ed efficienza dei sistemi sanitari solo se accompagnato anche da una degenza media dei ricoveri ordinari ospedalieri di breve durata. I nuovi dati disponibili collocano la Regione Friuli Venezia Giulia ai livelli di spesa pro capite per la gestione del servizio sanitario più elevati in ambito nazionale».

«Tale circostanza – continua la relazione – unitamente alle difficoltà riscontrate nella governance sanitaria, con particolare attenzione alla riduzione dell’efficienza, si presenta significativa anche considerando gli elementi raccolti relativamente alle modalità con le quali il Friuli Venezia Giulia sta recependo importanti principi generali di sistema sull’armonizzazione contabile e controllo della spesa, ribaditi nella legislazione nazionale e presidiati dagli organi ministeriali. I mancati adempimenti regionali rispetto agli obblighi di trasparenza e coerenza delle evidenze contabili unitamente alla gestione degli obblighi di riesame e correzione di risultati di gestione degli enti pubblici di ricovero regionali non in linea rispetto ai generali parametri di efficienza, efficacia ed economicità ribaditi dalla legislazione nazionale con i piani di rientro delle aziende ospedaliere, evidenziano un sistema regionale nel Fvg che trova difficoltà nel fare proprio un sistema di trasparente rendicontazione delle attività quale base di confronto teso al miglioramento del rapporto costi-benefici delle attività svolte».

 

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