Italia

B7NRRE Silhouette of oil platform in sea against moody sky at sunset
Il Cavaliere Blu / Italia

Sovranismo e fondi sovrani… il modello Norvegia

Mentre in Italia si guerreggia per trovare i 10 miliardi per il reddito di cittadinanza (i “cazzo di 10 miliardi” come direbbe qualche esimio rappresentante del governo) e aumentare il debito alla faccia dei dettami europei, il Fondo Sovrano Norvegese annuncia di aver realizzato lo scorso anno un utile di 130 miliardi di dollari che verranno distribuiti ai cittadini.

 

Insomma, con la sola rendita del proprio fondo sovrano, la Norvegia potrebbe fare 13 redditi di cittadinanza di Di Maio. Anzi no, molti di più se si conta che la Norvegia ha molti meno abitanti dell’Italia e MOLTI meno abitanti poveri…

 

I miliardi non si fanno col debito, è proprio il contrario. Qualcuno potrebbe spiegarlo ai nostri governanti e a chi li sostiene?

 

Il sovranismo italico ama rappresentare l’Europa come un guardiano inflessibile che impedisce all’Italia di indebitarsi felicemente… Tutti dimenticano però che il debito fa male proprio all’Italia e quando cresce erode i conti statali, così alla lunga ci si trova a dover raschiare con difficoltà i “cazzo di miliardi” che servono.

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

 

Esistono paesi “sovranisti” che funzionano bene e la Norvegia è uno di questi. Infatti ha usato la propria libertà per creare un Fondo sovrano che ora è il più grande del mondo, con 1,3 trilioni di miliardi di dollari di patrimonio, e che è in grado di produrre avanzi annuali di cui possono usufruire i cittadini.

 

L’Italia vorrebbe invece maggiore autonomia per fare ancora più danni, ovvero per fare ancora più debito.

Ciò che vogliono fare i nostri e prendere qualche miliardo in più adesso per poter rispettare promesse elettorali stasera e mandare il conto da pagare a chi verrà domani…

 

(clicca qui per leggere l’articolo in inglese del World Economic Forum sul Fondo Norvegese)

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europe flags rettangolo
Italia / Le frecce di Robin Ud

Italia vs Europa, dopo gli insulti si passa ai fatti?

Le schermaglie tra l’Europa e l’Italia continuano a crescere di livello e tensione.

 

PAROLACCE LUSSEMBURGHESI, APLOMB SALVINIANO

“Merde alore…” è stata l’inelegante chiusura di Jean Asselborn, ministro del Lussemburgo, al termine di un duro confronto con Salvini avvenuto a Vienna davanti a telecamere e giornalisti. Asselborn dopo aver rinfacciato a Salvini di aver dimenticato quando erano gli italiani ad immigrare in Lussemburgo, ha gettato sul tavolo il proprio microfono e ha concluso con l’espressione francese che equivale ad un nostrano “e che cXXX”.

Asselborn punta il dito contro Salvini. Clicca sulla foto per vedere il video

Asselborn punta il dito contro Salvini. Clicca sulla foto per vedere il video

 

Salvini ha invece proseguito mantenendo un atteggiamento decisamente più “nordico” del collega e non si è scomposto affatto. I leghisti sul web hanno salutato la vittoria della calma e della ragione del loro capo, i suoi nemici hanno considerato l’episodio una figuraccia per l’Italia.

Di certo il fatto è un segnale del diffuso malcontento europeo nei confronti dell’Italia, altrimenti una simile esagerazione da parte del “signor” Asselborn non ci sarebbe stata o sarebbe stata molto più pesantemente criticata.

 

Asselborn con la sua piazzata ha inoltre appuntato un’altra medaglia al petto di Salvini, dopo quella costituita dall’indagine siciliana, perché pochi come il nostro ministro sono bravi nel valorizzare a proprio favore un attacco frontale. Lo stesso era successo anche con le pesanti critiche sollevate all’Italia dal francese Pierre Moscovici il commissario all’Economia dell’Unione europea, che la scorsa settimana aveva avuto per l’Italia parole durissime, definendola “un problema per la zona dell’euro” e che riferendosi a Matteo Salvini e ai sovranisti  aveva aggiunto che “Nella nuova Europa sovranista non c’è un Hitler ma tanti piccoli Mussolini”.

 

MOSCOVICI E ASSELBORN FANNO IL GIOCO DEGLI ANTIEUROPEISTI

A livello politico, queste esternazioni sono controproducenti poiché molto utili ai sovranisti per fomentare il senso anti europeo, come ha sottolineato Enrico Mentana sui propri profili social; il direttore del TG7 in merito alle frasi di Pierre Moscovici ha infatti postato: mentana

Da quando  ai membri della commissione di Bruxelles si dà il diritto di emettere giudizi da bar sul governo dei singoli stati membri? E che credibilità politica ha un commissario […] che se la prende con forze che – piaccia o no – conquistano spazio in tutte le nazioni europee attraverso il libero voto?”[…] C’è da mettersi le mani nei capelli quando si vede che i migliori testimonial della propaganda anti-Ue sono proprio quelli che dovrebbero governare l’Unione

Anche il punto di vista di un pensatore di ben altro orientamento come Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, su questo tema è simile a quello del collega televisivo.

 

IL MONITO DI MARIO DRAGHI 

Sallusti va oltre, perché riconosce nelle cadute di stile del francese Moscovici e nelle parolacce del lussemburghese Asselborn, la rappresentazione di un sentimento ostile da parte dell’Europa nei confronti dell’Italia, e considera tali atti come idonei solo a gettare benzina sul fuoco della bagarre politica tra europeisti e sovranisti. Ben più pericolosa per Sallusti è invece la dichiarazione fatta di recente da un italiano che, in seno alla Ue, più di ogni altro ha agito a favore dell’Italia, ovvero Mario Draghi. In merito alle continue intemperanze contro l’Europa espresse del governo di Di Maio e Salvini, Draghi ha infatti espresso un sottile ma severo monito: “Fino ad ora in Italia danni con le parole, aspettiamo i fatti”.

 

Sallusti ritiene che delle parole di Draghi ci se debba preoccupare davvero perché non provengono da personaggi ostili al nostro Paese ma anzi da uno dei suoi migliori amici. sallusti

Scrive infatti Sallusti :

Draghi è uno che parla poco e mai a caso. Se ha usato parole così forti e inedite significa solo una cosa. Cioè sa che in Europa hanno posato il dito sul bottone che può fare esplodere l’Italia e lui non è più in grado di difenderci come in passato. La sua non è una minaccia ma un ultimo, quasi affettuoso appello a fermarsi prima che sia troppo tardi

(clicca qui per leggere l’editoriale di Sallusti su Il Giornale)

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laboratorio cinese
Italia / Le stilettate degli Amici di Robin Ud

Nel 1980 il Marocco era 5 volte più ricco della Cina…

Il mondo cambia talmente velocemente che confrontando la ricchezza pro capite del 1980 con quella del 2018 emergono sconvolgimenti totali e si nota che alcuni paesi che erano poverissimi hanno risalito la china al punto da divenire leader della scena mondiale, mentre altri sono rimasti dove stavano.

 

LE GERARCHIE MONDIALI STRAVOLTE IN MENO DI 40 ANNI

Un interessante articolo del medico e pensatore francese Laurent Alexandre mette in evidenza come l’elemento in comune di tutti gli stati che sono balzi in avanti non sia né la stabilità politica, né la presenza di risorse naturali; ciò che ha fatto avanzare i paesi in crescita sono stati gli investimenti in ricerca, innovazione, l’istruzione e l’intelligenza artificiale.

Il Marocco viene preso come pietra di paragone perché è un regno stabile e governato da un elite relativamente moderata e considerata capace di una buona amministrazione.

Ebbene il Marocco nel 1980 aveva un Pil procapite di  1075 dollari a testa, mentre la Cina era 5 volte più debole, 195 dollari. Non occorre precisare che ad oggi il Marocco è rimasto un paese povero, mentre la Cina ha assunto una posizione di leadership mondiale, in termini di Pil procapite la Cina supera tranquillamente gli 8.000 dollari, mentre il Marocco si ferma attorno ai 3.000.

La Corea del Sud nel 1960 aveva una povertà paragonabile a quella degli stati dell’Africa subsahariana, nel 1970 ha “raggiunto” il Marocco di cui ora è 10 volte più forte.

Il Venezuela nel 1970 aveva un Pil procapite superiore a Singapore, ora a Caracas con lo stipendio mensile si compra mezzo chilo di carne, mentre Singapore è relativamente più ricco della Francia.

Cosa hanno dimenticato di fare Venezuela e Marocco, secondo l’analisi del pensatore francese? Proprio di investire in istruzione e ricerca.

 

IL CAPITALISMO COGNITIVO NELL’ERA DELL’INFORMAZIONE

Secondo Alexandre, a sovvertire in tal modo la gerarchia delle nazioni è stata la capacità dei paesi asiatici di migliorare le proprie scuole e di investire in ricerca. Si tratta del cosiddetto Capitalismo Cognitivo, che si misura, prima che in dollari, in conoscenza e istruzione e che determina come conseguenza inevitabile anche il primato economico.

I paesi europei, specie quelli dell’area mediterranea, continuano a sottovalutare gli investimenti in ricerca, ad esempio in Italia questi costituiscono circa l’1% del Pil, mentre in Corea del Sud arrivano al 5%. Per fare un raffronto, la Francia arriva al 2,2%, inferiore al dato asiatico, ma oltre doppio rispetto all’Italia. Questi dati sono preoccupanti poiché tendono ad anticipare di qualche anno il risultato economico. Eppure nell’agenda dell’attuale governo, ricerca e innovazione non sono certo le priorità.

L’Italia ha un Pil procapite (dati Ifm 2016) di 30.000 dollari , contro gli 8.000 abbondanti della Cina, quindi siamo ancora 4 volte relativamente più ricchi…  Tra 30 anni saremo noi il Marocco di un articolo simile a questo?
Laurent-Alexandre

Per evitare di diventare i perdenti del Capitalismo Cognitivo, dovremo iniziare a dare maggiore considerazione a ricercatori, ingegneri e insegnanti

(per leggere l’articolo di Laurent Alexandre, in francese, clicca qui)

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otello
Italia

Invidia e Odio, i nuovi valori della politica mondiale

Non solo in Italia invidia e odio sono alla base del consenso politico, il problema è mondiale, come sostiene l’economista americano Micheal Pearce, che individua un punto di svolta epocale nella nota crisi finanziaria del 2008.

 

Francesco Francio Mazza prende spunto da Pearce per fare un’impietosa analisi della situazione italiana; partendo dal presupposto che le conseguenze della crisi del 2008 sono ancora visibili: gli stipendi sono calati, l’incertezza sul mondo della finanza ha diffuso la sfiducia nelle istituzioni, le iniezioni di denaro da parte delle banche centrali non hanno creato l’effetto sperato. Anche a livello sociale e politico dunque, le conseguenze di questi 10 anni hanno avuto risvolti evidentissimi e strutturali:

 

…ad un simile sconvolgimento della struttura, non poteva che corrispondere un altrettanto devastante sconquasso al livello della sovrastruttura. In un mondo impoverito, il vizio capitale dominante ha cessato d’esser l’avarizia – il peccato tipico del capitalismo da vacche grasse – per essere sostituito dall’invidia. Siamo diventati un pianeta di gente che non vede l’ora di prendere a bastonate il vicino colpevole di avere l’erba più verde della nostra: non a caso, il social network più diffuso è essenzialmente un mezzo per aizzare l’invidia dell’altro, tramite spiagge da sogno e macchine cabrio, tette di plastica e culi torniti, in una rappresentazione della realtà indistinguibile dai video dei rapper bifolchi, passati – non a caso – dal ruolo di comparse dell’industria musicale a quello di cantori ufficiali di un tempo senza pudore.

Un sentimento – l’invidia – capace di crescere su qualsiasi terreno e di maturare in quello che si è rivelato essere il frutto più redditizio di questa epoca: l’odio. Grazie ad esso, gli agonizzanti media di tutto il mondo hanno trovato nuovo ossigeno, inventandosi la cosiddetta “economia dell’indignazione”: ogni articolo, ogni titolo, ogni frase ha come unico scopo quello di far incazzare la propria bolla di riferimento, di gasare le proprie baionette per mandarle alla battaglia online contro la bolla avversaria armate di shares, likes e retweets. […]

I politici di oggi – tutti, non solo quelli che si definiscono populisti – non hanno più nulla di coloro che li hanno preceduti: non obbediscono alle stesse dinamiche, non sono sottoposti alle stesse leggi. Per aver salvato i responsabili del collasso (le famose élite) e averne scaricato i costi sul popolo attraverso la famigerata austerità, rischiavano di sparire sul serio: per questo, da allora i politici si sono messi al servizio dell’Uomo Della Strada, assecondandone ogni umore, anche i più turpi, facendo di tutto per compiacerlo, senza un barlume di quel senso di responsabilità che, bene o male, avevano i loro predecessori.

[…]

Per questo i politici di oggi non richiamano statisti alla Roosevelt o De Gasperi ma promoter come Don King o Vince McMahon: il loro mestiere non è immaginare il futuro ma convincerci di vivere un eterno presente, schiacciati da una minaccia continua da cui solo loro ci possono salvare. E la loro strategia è la costante chiamata alle armi, lo scagliare la propria bolla contro qualcuno o qualcosa – […]

(Clicca qui per vedere l’intero articolo su LINKIESTA)

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jacques tardi e daniel pennac gli esuberati
Italia

Il governo della “decrescita felice”

Quello di Conte, Salvini e Di Maio è il governo della decrescita felice, dicono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi,  con il progetto nemmeno celato di un “piccolo paese da mondo antico” mentre è solo con la crescita che si possono migliorare le condizioni di chi sta meno bene.

Un interessante articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dei due illustri professori  è sostanzialmente uno sfogo contro un governo che vive di mera apparenza e che rema contro quella parte di Italia che non si è arresa e continua a produrre innovazione e ricchezza.

quale è il modello di Paese che Lega e M5S ci prospettano? […]
il modello da «piccolo mondo antico», un Paese con i negozi chiusi la domenica, dove le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano fanno di nuovo fatica a gestire i loro tempi: certo, nel «piccolo mondo antico» le donne non lavoravano. Un Paese con una linea aerea di nuovo di proprietà dello Stato e protetta dalla concorrenza, così che torneremo ai tempi quando volare da Bologna a Londra costava l’equivalente di 500 euro, tariffe che solo i ricchi potevano permettersi. Magari con una nuova lira svalutata, con la quale fuori d’Italia si riuscirà ad acquistare ben poco. Un Paese che anziché aiutare le aziende a crescere punisce quelle che cercano di diventare globali aprendo impianti in giro per il mondo. Un Paese che non riesce a capire che il lavoro si è trasformato e che penalizza la flessibilità con il risultato di distruggere posti di lavoro, spacciando per «dignità» disoccupazione e reddito di cittadinanza invece che cercare nuove forme di impiego che stiano al passo dei tempi. […]  Avete mai sentito il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, menzionare la ricerca come motore della crescita? Un Paese che ha paura di grandi investimenti in infrastrutture. Le infrastrutture non sono la panacea a cui inneggia incondizionatamente chi vuole sempre e comunque più spesa pubblica. Ma qualche nuova infrastruttura serve (ricordiamoci la Gronda di Genova): il «no» a tutto non ha senso. Un Paese che per incompetenza e arroganza di chi lo governa fa fallire una buona soluzione per l’Ilva di Taranto e rischia di lasciare a casa i sui 12 mila dipendenti.
Il Paese della «decrescita felice» quando invece è solo con la crescita che si possono migliorare le condizioni di chi non ha un reddito adeguato, […]
Un Paese che preferisce Stati illiberali come l’Ungheria di Orbán e la Russia di Putin alla Merkel e a Macron. Se dopo le elezioni europee della prossima primavera l’Unione si sgretolasse, come Di Maio e Salvini apertamente si augurano, ci avvicineremo inevitabilmente a quei Paesi dell’Est. Il ministro Savona già invoca Putin come il nostro salvatore nel caso ci fosse una crisi del debito. Abbiamo evitato l’Unione Sovietica ai tempi del Partito comunista negli anni 50, ora potremmo ritrovarci sotto l’influenza della sua discendente diretta, la Russia di Putin.
Tutto questo non serve, serve un governo che aiuta e smussa gli angoli, spinge e non ostacola, stimola e non soffoca, dialoga e non si scontra. Questo vorrebbe l’Italia che non si è arresa alla crisi e la cui economia si sta riprendo a fatica.ù

(Clicca qui per leggere l’intero articolo di Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera)

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