Europa

B7NRRE Silhouette of oil platform in sea against moody sky at sunset
Il Cavaliere Blu / Italia

Sovranismo e fondi sovrani… il modello Norvegia

Mentre in Italia si guerreggia per trovare i 10 miliardi per il reddito di cittadinanza (i “cazzo di 10 miliardi” come direbbe qualche esimio rappresentante del governo) e aumentare il debito alla faccia dei dettami europei, il Fondo Sovrano Norvegese annuncia di aver realizzato lo scorso anno un utile di 130 miliardi di dollari che verranno distribuiti ai cittadini.

 

Insomma, con la sola rendita del proprio fondo sovrano, la Norvegia potrebbe fare 13 redditi di cittadinanza di Di Maio. Anzi no, molti di più se si conta che la Norvegia ha molti meno abitanti dell’Italia e MOLTI meno abitanti poveri…

 

I miliardi non si fanno col debito, è proprio il contrario. Qualcuno potrebbe spiegarlo ai nostri governanti e a chi li sostiene?

 

Il sovranismo italico ama rappresentare l’Europa come un guardiano inflessibile che impedisce all’Italia di indebitarsi felicemente… Tutti dimenticano però che il debito fa male proprio all’Italia e quando cresce erode i conti statali, così alla lunga ci si trova a dover raschiare con difficoltà i “cazzo di miliardi” che servono.

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

Rendita annuale in percentuale del Fondo Sovrano Norvegese

 

Esistono paesi “sovranisti” che funzionano bene e la Norvegia è uno di questi. Infatti ha usato la propria libertà per creare un Fondo sovrano che ora è il più grande del mondo, con 1,3 trilioni di miliardi di dollari di patrimonio, e che è in grado di produrre avanzi annuali di cui possono usufruire i cittadini.

 

L’Italia vorrebbe invece maggiore autonomia per fare ancora più danni, ovvero per fare ancora più debito.

Ciò che vogliono fare i nostri e prendere qualche miliardo in più adesso per poter rispettare promesse elettorali stasera e mandare il conto da pagare a chi verrà domani…

 

(clicca qui per leggere l’articolo in inglese del World Economic Forum sul Fondo Norvegese)

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Italia

Euro Si, Euro No: la storia non ha la retromarcia

Continua il dibattito che coglie al cuore una delle questioni più importanti dell’attuale situazione dell’Unione Europea, ovvero se l’uscita dall’Euro sia una soluzione possibile ed auspicabile, come sempre più voci politiche sembrano sostenere.

 

Sul tema, sulle pagine del Sole24ore si è espresso l’economista americano Barry Eichengreen, che analizza la storia monetaria dell’Euro, sottolineandone gli errori, e propone un’efficacie metafora per descrivere la situazione: la macchina europea non ha la retromarcia e per tornare indietro gli sforzi sarebbero disumani.

 

Tuttavia Eichengreen nella sua disamina critica pesantemente la politica europea del Bail-In che impedisce all’Italia di sistemare il dissesto della sue banche.

 

Riportiamo qui sotto il testo dell’editoriale dell’economista americano.

 

Ci sono ragioni valide per sostenere che la creazione dell’euro e la partecipazione dell’Italia siano stati due
errori storici. Il problema, come sappiamo ora, è che un’unione monetaria senza unione bancaria e unione politica non funziona. O almeno non funziona in modo soddisfacente per tutti.
Il primo decennio dell’euro ha visto un’imponente spostamento di capitali dall’Europa settentrionale, dove i tassi di interesse erano bassi, all’Europa meridionale, dov’erano più alti. Non c’era un’autorità di vigilanza unica, e più in generale non c’era nessuna unione bancaria che tenesse conto dell’impatto che avrebbe avuto la regolamentazione lasca delle banche francesi e tedesche su questi flussi, e come ne sarebbero stati influenzati i Paesi beneficiari.
I flussi che ne sono risultati hanno fatto scendere i tassi di interesse in tutta l’Europa meridionale. La
possibilità di finanziare i consumi a buon mercato ha creato un falso senso di prosperità, che ha incoraggiato i Paesi beneficiari a rinviare le riforme e ha consentito decisioni di investimento avventate, che ora gravano sulle istituzioni finanziarie che le hanno intraprese.
Il risultato è che l’Italia si trova oberata da un sistema bancario debole, una crescita anemica e vincoli sulla ricapitalizzazione delle banche ispirati dalla Germania. Sempre più italiani hanno la percezione che il loro Paese sia bloccato e che serva qualcosa di radicale per «sbloccarlo».
Ma riconoscere che adottare l’euro è stato un errore non significa che la linea d’azione migliore sia
abbandonarlo ora. La storia non ha la retromarcia. Uscire dall’euro non risolverebbe i problemi dell’Italia.
I vincoli alla crescita sono le restrizioni dei mercati dei prodotti e un sistema fiscale inefficiente, che deprime la produttività e scoraggia gli investimenti. I lettori italiani non hanno certo bisogno della lezioncina di un economista straniero per sapere che queste situazioni vanno cambiate.
L’interrogativo è se abbandonare l’euro accelererebbe queste riforme. Chi afferma di sì sostiene che
reintroducendo la lira e svalutandola le esportazioni e la crescita del Belpaese riceverebbero una spinta. Dal momento che la torta si ingrandirebbe, gli interessi costituiti sarebbero meno determinati a difendere la loro fetta immutabile e più inclini ad accettare riforme che accrescono la flessibilità.

Però non esistono dati che indichino in modo univoco che i Paesi fanno più riforme nei periodi in cui
l’economia tira. E anche il confronto tra l’esperienza italiana negli anni relativamente positivi prima del 2007 e gli anni più difficili successivi a quella data non induce a pensare che più prosperità renda possibile fare più riforme.

Anzi, induce a temere che la reintroduzione della lira sarebbe visto come una sorta di elisirmagico che rende inutili ulteriori riforme.
Inoltre, abbandonare l’euro avrebbe due costi seri. Il primo è che scatenerebbe il caos finanziario. Sapendo che la lira viene introdotta per lasciarla deprezzare rispetto all’euro, gli investitori fuggirebbero via. Il mercato azionario e il mercato obbligazionario crollerebbero. Importanti istituzioni finanziarie diventerebbero insolventi e bisognerebbe chiudere le banche a tempo indeterminato come è successo a Cipro, e dopo imporre restrizioni sui prelievi. Dovrebbero essere applicati controlli di capitale come quelli che l’Islanda ha appena eliminato (quasi dieci anni dopo averli introdotti). Non sembrano le condizioni ideali per un pronto ripristino della crescita.
I detrattori dell’euro ribatteranno che questi allarmi sono esagerati e sosterranno che la transizione può
essere gestita senza scossoni. Io non penso. Precedenti casi di unioni monetarie sciolte senza contraccolpi
sono avvenuti in circostanze molto diverse, che non hanno nessuna attinenza con la situazione odierna
dell’Italia.
Il secondo costo sarebbe quello di mettere a rischio l’accesso dell’Italia al mercato unico. L’abbandono
dell’euro sarebbe visto dai partner europei come un atto ostile, una revoca da parte italiana dei doveri
prescritti dai trattati. Il deprezzamento della lira sarebbe visto come un tentativo di risolvere i problemi degli esportatori italiani a spese dei loro concorrenti esteri, spingendo la Germania e altri a replicare con
restrizioni ai commerci. Il Regno Unito ha scoperto che abbandonare l’Unione Europea conservando
l’accesso al mercato unico è (come dirlo in modo educato?) complicato.

L’Italia scoprirebbe che abbandonare l’euro conservando pieno accesso al mercato unico è altrettanto complicato.
Tutto questo non significa che non ci siano delle falle da tappare nella struttura della zona euro. Il processo dovrebbe partire dal completamento dell’unione bancaria, rimasta a metà. Dovrebbe proseguire con una completa disconnessione delle banche dal mercato del debito pubblico, imponendo requisiti aggiuntivi di capitale se tengono in portafoglio titoli di Stato, invece di continuare con la finzione che quelle obbligazioni siano prive di rischio.
Il passo successivo sarebbe restituire la responsabilità della politica di bilancio alla sua sede naturale, i
Governi nazionali. Ci sono preferenze nazionali differenti in materia di politiche di bilancio, e i tentativi di supervisione di Bruxelles servono soltanto ad aggravare le tensioni. Le contese che ne sono nate hanno
peggiorato le prospettive di integrazione politica, creando conflitti e disarmonia. Non c’è decisione di politica nazionale più intima di quanto tassare e cosa spendere. La tesi, popolare in Germania, che il «rimpatrio» delle competenze in materia sia impraticabile perché la politica di bilancio ha forti ripercussioni oltreconfine non è supportata dai dati. Se il timore è che l’indisciplina di bilancio destabilizzi le banche costringendo la Bce a rispondere con finanza inflazionistica, allora la soluzione è semplicemente, di nuovo, disconnettere le banche dal mercato del debito pubblico.
La terza riforma essenziale è buttare a mare le regole europee sul bail-in, che impediscono al Governo italiano di usare le sue risorse di bilancio per ricapitalizzare le banche.
Se rimane nell’euro, l’Italia avrà la possibilità di sostenere queste riforme. Se ne resta fuori, avrà poche
speranze di influenzare le decisioni dei suoi vicini. Certo, in assenza di riforme l’euro rimarrà una pietra al collo del Paese. Ma in definitiva se l’economia italiana affonderà o resterà a galla non dipenderà dal peso di questa pietra, ma dalla capacità di intraprendere le riforme necessarie in Patria.

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georgia o keeffe - lake george refection
Italia

Euro Sì o Euro No: la libertà dai vincoli europei è ormai una pericolosa bandiera elettorale

Il confronto sull’eventuale uscita dall’Euro non può essere trattato con partigianeria o emotività, come sempre più spesso avviene.

Sulle pagine del Sole 24Ore il professor Zingales ha invitato ad aprire un dibattito costruttivo sull’importantissimo tema, reso attuale dal fatto che il “NO” all’Euro è uno dei punti programmatici di alcuni dei movimenti politici più in ascesa.

Riportiamo qui i passaggi salienti dell’opinione in merito dell’economista Stefano Micossi, apparsa sul Sole24 Ore dello scorso 27 aprile.

Micossi cita anzitutto la pubblica dichiarazione di 25 premi Nobel apparsa su Le Monde poco prima delle elezioni presidenziali francesi i quali sottolineano che: «c’è una grande differenza tra scegliere di non aderire all’euro fin dal principio, e uscirne dopo averlo adottato».

Micossi quindi cita Krugman il quale sostiene che uscire per chi sta dentro produrrebbe conseguenze finanziarie devastanti (come confermato anche dal greco Varoufakis).

Ma i premi  Nobel, nella loro dichiarazione incentrata appunto sul caso francese, denunciano soprattutto che se la Francia uscisse dall’euro, vi sarebbe un reale rischio di dissoluzione non solo della moneta comune, ma dell’Unione europea, aprendo la strada allo smantellamento del mercato interno e all’emergere in sua vece di mercati nazionali separati da barriere protezionistiche. Su questo, Micossi propone tre interessanti valutazioni, che qui riportiamo:

 

La prima è che agli occhi di molti accademici americani – si veda per tutti il volume di Joseph E. Stiglitz The Euro: how a Common Currency Threatens the Future of Europe (Norton 2016) – il mercato unico, la moneta comune e le istituzioni create per sorreggere la realizzazione sono entità separate e indipendenti. Così, ai loro occhi il regime di cambio non influenza il mercato, dato che nulla impedisce agli operatori di coprirsi dai rischi di cambio a costi trascurabili. Analogamente, la decisione di cooperare in materia di controllo dei confini e di sicurezza comune appare ai loro occhi indipendente dalla scelta di condividere la moneta. Ma la storia contraddice questa visione, come ha magistralmente ricordato Sergio Fabbrini nei giorni scorsi su questo giornale. La ricerca costante della stabilizzazione del cambio, dopo la rottura dei cambi fissi di Bretton Woods, è stata sempre legata alla costruzione del mercato interno; e l’unione monetaria è stata la figlia della crisi del sistema dei cambi fissi, ma aggiustabili, dello Sme, dopo la scelta di liberalizzare i movimenti di capitali alla fine degli anni 80. Nel momento in cui si incorpora nei Trattati la moneta comune, a Maastricht, si istituisce anche l’Unione politica, articolata sui tre pilastri del mercato, della sicurezza interna e della politica comune estera e di difesa. Nel frattempo, le esigenze di preservare le quattro libertà di movimento all’interno del mercato unico (beni, servizi, capitali e persone), presenti fin dall’origine nei Trattati, conducono allo sviluppo di un sistema giuridico centrato sulla giurisprudenza della Corte europea di giustizia

Queste componenti sono tra loro intimamente legate; se ne cade una, cadono anche le altre come birilli.

Ad esempio, i negoziatori italiani che cercavano di riportare la lira nello Sme a metà degli anni 90 furono avvertiti che una nuova svalutazione della moneta italiana, dopo quella del 1992-93, avrebbe condotto all’instaurazione di barriere commerciali sulle esportazioni dei prodotti italiani verso il mercato interno. Dovettero anche inghiottire una certa rivalutazione del cambio come biglietto di ri-ammissione (circa un terzo della svalutazione originaria). Così come la moneta faceva parte dello scambio politico fondativo dell’Unione tra la Francia e la Germania nel momento dell’unificazione tedesca; e l’Unione politica era una precisa richiesta della Germania che rinunciava al marco (su questo i francesi ancora stentano a trovare una risposta).

La seconda osservazione riguarda le ragioni profonde della “preferenza rivelata” per i cambi fissi dei Paesi dell’Europa continentale, costantemente ribadita attraverso le più grandi tempeste finanziarie dagli anni 70 in poi. Questi Paesi sono “piccoli” nel contesto internazionale, fortemente tra loro integrati e collettivamente molto meno integrati con il resto del mondo, e hanno la caratteristica comune di ordinamenti economici e sociali piuttosto rigidi nei quali il cambiamento non viene semplicemente introdotto dalle forze di mercato, ma viene mediato politicamente tra le forze sociali con l’intervento attivo dei governi. È questo il modello dell’economia sociale di mercato, i cui equilibri sono incompatibili con regimi di cambio flessibile tra le monete dell’area. Non contrasta con questa analisi il fatto che alcuni Paesi del Nord Europa non abbiamo aderito all’euro: a tutti gli effetti, essi sono rimasti ancorati al cambio dell’euro e alle regole del mercato interno. Diverso era il caso del Regno Unito, che ha potuto restare nell’Unione come un free rider del mercato interno, con forti benefici per la sua piazza finanziaria, ma alla fine se n’è andato lo stesso, perché non riusciva ad accettarne le regole di libera circolazione garantite dalla Corte di Giustizia. Non è un caso, dunque, se nel momento delle scelte esistenziali, gli elettori dell’Europa continentale scartano le avventure e scelgono di continuare con l’euro e con l’Unione.

Infine, l’ultima osservazione: le politiche economiche necessarie ad assicurare la crescita sono esattamente le stesse sia con cambio fisso che con cambio flessibile. Senza disciplina di bilancio e disciplina nei costi industriali, senza progresso costante della produttività, non ci può essere crescita sostenuta. Trovo profondamente disonesto promettere all’opinione pubblica la libertà dai vincoli europei come bandiera elettorale, quando mi pare ovvio che una svalutazione del cambio (dopo l’uscita dall’euro) richiederebbe sacrifici di bilancio e sacrifici nel tenore di vita della popolazione molto più severi di quelli che il governo italiano fatica a fare accettare con i cambi fissi.

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hopper pompe di benzina
Italia

Chi ha la benzina più cara d’Europa??? indovinate…

Esiste il luogo comune che il nostro Paese abbia la tassazione più elevata e che di conseguenza i nostri prezzi del carburante siano i più alti.

Si tratta del solito stereotipo negativo sull’Italia?

Semplicemente è l’amara realtà. Così dice la classifica dei prezzi alla pompa stilata dal Commissione europea nel suo bollettino di monitoraggio dei prezzi: l’Italia, che è sempre stata tra le prime in questo tipo di classifica, è finalmente riuscita a conquistare il primato assoluto per la benzina.

Ecco la classifica del pieno più costoso d’Europa (benzina):

  1. Italia
  2. Olanda
  3. Grecia
  4. Danimarca
  5. Finlandia

Ecco le ultime, ovvero con il pieno più economico.

26. Lussemburgo; 27. Polonia; 28. Bulgaria

La differenza è notevole, si passa dagli oltre 1,5 euro al litro che si pagano in Italia ai poco più di 1,03 della Bulgaria.

In realtà la maggiore tassazione è quella dell’Olanda, ma per ragioni commerciali il prezzo del carburante è minore che in Italia e dunque il primato rimane nostro.

Sul gasolio invece, alcuni paesi (come la Svezia e l’Inghilterra) attuano specifiche politiche disincentivanti nei confronti di questo carburante, ma non impediscono all’Italia di salire comunque sul podio.

Ecco la classifica del pieno di gasolio più costoso d’Europa:

  1. Svezia
  2. Inghilterra
  3. Italia

In conclusione, al governo non occorrono manovre ulteriori, siamo già i primi!!!

Di seguito i dati completi: nella colonna sinistra il prezzo della benzina, in quella destra del gasolio:

oil bulletin aprile 2017

 

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Reni, Guido; Aurora and the Chariot of the Sun Driven by Apollo; Burton Constable Hall; http://www.artuk.org/artworks/aurora-and-the-chariot-of-the-sun-driven-by-apollo-77592
Le frecce di Robin Ud / Blog

Mostriamo la grandezza dell’Europa agli Europei

stati un europa mostriamo la grandezzaNella capitale d’Italia blindata, dopo l’attentato di Londra, si commemorano i 60 anni dei Trattati di Roma che hanno fatto nascere l’Unione Europea. In occasione della cerimonia forse è il caso di spiegare agli europei i vantaggi e il futuro di questa nostra istituzione. I 27 leader europei hanno firmato un nuovo documento che porta a ribadire l’indivisibilità dell’Europa, dell’Unione Europea e dell’euro. Il testo prevede un Europa sicura, prospera, sostenibile, sociale, forte nella scena internazionale. Nei prossimi 10 anni probabilmente avremo un’Europa a più velocità, come avvenuto per euro e Schengen, ma che possa portare ad una vera Unione Europea confederata in Stati Uniti d’Europa.

Decine di migliaia sono stati i sostenitori del movimento federalisti europei e del movimento Forza Europa. Nettamente inferiori alle aspettative il corteo Eurostop con poche persone al seguito di cui un centinaio fermati dopo che la polizia ha trovato nascoste nel percorso previsto barre metalliche e scudi. Contemporaneamente a Londra migliaia di remainers si sono riuniti in una manifestazione per chiedere di mantenere molti dei diritti acquisiti grazie all’Unione europea. La decisione alla brexit è stata presa in seguito al referendum del giugno scorso che ha visto una risicata maggioranza (52 per cento). Ma la maggioranza dei cittadini in UK oggi non vuole perdita la cittadinanza europea, la libertà di spostamento e di impiego. Loro sannno che l’Unione europea si fa anche carico di finanziare università e progetti inter-universitari facilitando la circolazione di idee e lo sviluppo della ricerca accademica all’interno dei 28 paesi membri. Sovvenziona progetti di mobilità studentesca come l’Erasmus, il principale progetto di integrazione dei popoli europei. Sono milioni gli studenti europei che hanno ricevuto un finanziamento per frequentare una delle 4mila università all’interno della UE e che, grazie a queste esperienze, hanno formato famiglie intereuropee.

Quella che era nata come una comunità economica si è evoluta quindi in un’organizzazione attiva in molti settori: dal clima all’ambiente, dalla salute alle relazioni esterne, e dalla sicurezza alla giustizia e all’immigrazione. L’Unione Europea si fonda sul principio dello stato di diritto: tutti i suoi poteri riposano cioè su trattati liberamente e democraticamente sottoscritti dai paesi membri. L’UE è governata grazie ai cittadini eleggono in maniera diretta gli europarlamentari e per cui gli Stati membri hanno spazio e opportunità di agire nel Consiglio europeo e nel Consiglio dell’UE.

Nel 2012, l’UE ha vinto il premio Nobel per la pace per aver contribuito alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa che per secoli è stata teatro guerre fratricide e terribili massacri. Grazie alla moneta unica e all’abolizione dei controlli alle frontiere tra i paesi membri, i cittadini possono oggi circolare liberamente in quasi tutto il continente. Il mercato unico o mercato “interno”, che permette la libera circolazione di beni, servizi e capitali, è il principale motore economico dell’UE nonché ciò che la fa grande di fronte a potenze come gli Stati Uniti, la Russia o la Cina.

Anche Virginia Raggi, sindaca di Roma, sembra essersi accorta dell’importanza dell’Europa. Citando l’importanza degli ispiratori dell’Ue ha si consigliato di rivedere il Regolamento di Dublino, ma il suo discorso sembrava tradire lo spirito antieuropeista del Movimento 5 stelle. Ed infatti a discapito di quello che pensano i grillini e i salvini in Europa si vive meglio che in molti altri Paesi: negli USA ci sono zone in cui le condizioni di vita sono paragonabili a quelle dei paesi in via di sviluppo, l’istruzione e la salute sono “cose per soli ricchi”. La Russia, invece, è governata solo apparentemente in modo democratico, ma in realtà c’è un dittatore che ha messo a tacere ogni opposizione, non c’è libertà di stampa e la popolazione teme di potersi esprimere liberamente. Paradossalmente, Vladimir Putin fa proseliti più facilmente all’estero che in terra natia.

Ma non solo, in molte zone dell’Asia le malattie causate dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua hanno causato un calo della speranza di vita alla nascita. Nei paesi arabi il terrorismo dilaga e le donne e molti ceti hanno pochi diritti e sono apertamente discriminati. L’Africa è sconvolta da gerre e sfruttamenti minerari con povertà dilagante e malattie come Malaria e AIDS endemiche senza possibilità di cure. C’è, infine, l’America Latina dove le gang del narcotraffico in alcuni luoghi costringono la popolazione al coprifuoco.

Forse per questo gli USA di Trump e la Russia di Putin temono la nostra Unione Europea, sia perchè è il loro principale competitor in ambito commerciale in Asia e in ambito geopolitico in Medio Oriente, sia per la forza economica del suo complesso e il livello di benessere in cui noi viviamo. Donald Trump ha usato toni esaltanti per la Brexit inglese: “Grande cosa, e altri paesi seguiranno”. Il Cremlino, dal canto suo, sta letteralmente finanziando partiti euroscettici, a cui Le Pen e Salvini sembrano molto interessati. I loro viaggi al Cremlino rendono bene l’apparenza di una sudditanza al grande Putin.

A tal proposito il parlamento europeo denuncia la propaganda d Putin che “cerca di distorcere la verità, incutere paura, provocare dubbi e dividere l’Ue”. “Da dieci anni il Cremlino sta influenzando il dibattito pubblico europeo e adesso i temi che gli sono cari sono diventati mainstream”, spiega a TPI Alina Polyakova, esperta di movimenti e partiti di estrema destra in Europa ed editorialista di The New York Times e Wall Street Journal.

In tutto questo anche il terrorismo islamico fa la sua parte, inculcando insicurezza e terrore. Di fatto, l’ISIS è al servizio di chi vuole conquistare e distruggere l’Unione Europea. Sì, perchè tutti questi personaggi, Farage, Le Pen, Grillo, Salvini, Trump, Putin, traditori od opportunisti, diventano involontari alleati dell’ISIS perchè colpiscono il punto debole della democrazia: destituire i governi per il proprio interesse personale manipolando le masse con tutti i mezzi a disposizione, socialmedia compresi.

L’Unione Europea non è però scevra di errori. Troppa burocrazia, troppi sprechi, troppa distanza tra il potere politico e i cittadini, eccessivi obbligi all’austerity per mantenere alto il livello politico finanziario a discapito dei cittadini. Ma, nonostante tutto, nell’ultimo difficile decennio siamo stati protetti da strumenti come il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria (FESF o EFSF) efficace per far fronte alla grande recessione che negli USA si è molto più sentita che da noi. Gli stati membri più deboli dell’Eurozona ne hanno beneficiato più volte.
Ma torniamo ai problemi italiani. Pensate veramente che la causa delle nostre inefficienze siano colpa dell’Europa? Facciamo un esempio di un paese latino nell’ambito dell’Unione Europea: il pil della Spagna ha continuato a crescere del doppio rispetto alla media dell’Unione europea e cresce a velocità tripla dell’Italia, con lo spread di 80 punti inferiore. Si sono sviluppati posti di lavoro, è stata raggiunta una stabilità politica e il rifiuto di derive populiste e di alibi esterni ai problemi domestici. In Italia avviene tutto il contrario, clientelismi e corruzione, ingessamento da parte di forze populiste e coorporazioni che spingono l’opinione pubblica italiana a cercare nell’Europa e nei complotti bancari il colpevole di tutto, senza che si capisca come i nostri problemi sono solo dovuti agli italiani e che senza Europa si cadrebbe in un baratro ancora maggiore.
Dobbiamo quindi procedere e migliorare, soprattutto nel rendere partecipi i cittadini al processo politico. E’ ora quindi di modernizzare l’Europa, di renderla ancora più grande di fronte a USA e Russia. Dobbiamo rivedere i trattati in funzione di progredire verso gli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo evidenziare come l’Europa sia la più grande potenza produttiva mondiale. Ma ora il popolo europeo deve prendere posizione e difendere il nostro Stato dall’attacco della Russia, degli USA e del fondamentalismo islamista. Se ancora non lo avete capito, siamo in guerra e i nemici sono tutti quelli che vogliono distruggere il nostro grande ed unito Paese. Non importa se sono nati in seno all’Europa, o che siano infiltrati, o potenze concorrenti al nostro potere sociale ed economico. È tempo di difenderci, è tempo di unirci ancor di più.

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