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Italia / Le stilettate degli Amici di Robin Ud

Referendum sui voucher, l’ennesimo trionfo dell’irrazionalità

Un interessante commento di Oscar Giannino è apparso sul sito dell’Istituto Bruno Leoni (clicca qui per aprire il link all’articolo) e offre una prospettiva interessante al dibattito sul prossimo referendum sull’abrogazione dei voucher.

Giannino sottolinea come la questione sia “l’ennesima dimostrazione di una politica ridotta a pura incapacità di tenere la barra, tutta pancia e niente testa” e soprattutto che vi sia un’ulteriore utilizzo improprio  del referendum abrogativo, modalità democratica pensata per esprimere il parere dei cittadini su scelte generali e di principio e non certo idonea per entrare in questioni tecniche come quelle sul voucher.

Una riforma seria necessiterebbe di affrontare il tema in modo analitico per capire come il voucher vada corretto affinchè continui ad assicurare la funzione di far emergere dal nero milioni di ore lavorative e magari su quali modifiche applicare per limitarne abusi o scorrettezze.

Eliminarlo (o abrogarlo, come direbbe il referendum) sarebbe l’ennesima decisione semplicistica e poco lungimirante. Non si può negare infatti che il voucher sia una forma di flessibilità e che consenta una certa emersione dal nero; nè si può affermare che, dato che si presta all’abuso, vada eliminato, perchè non esiste al mondo un contratto che la cattiva fede dei contraenti non possa tramutare in abuso.

Ecco dunque cosa capita: la Cgil issa la bandiera della tutela dei lavoratori e propone il quesito referendario, non importa assolutamente che fine facciano i milioni di lavoratori (precari) che invece del voucher usufruiscono in modo corretto; il governo preferisce stare alla larga dal campo minato del diritto del lavoro e invece di affrontare una riforma correttiva che anticipi lo stesso referendum, preferisce vivacchiare in attesa di maggio, tanto – come capita quasi sempre – a decidere per il NO sarà il solito Quorum così difficile da raggiungere.

Così la politica non rischierà molto e al massimo la Repubblica perderà qualche decina di milioni di euro per organizzare i seggi, ma senza che sia colpa di nessuno. L’alternativa, emersa in questi giorni, è di eliminare direttamente il voucher prima ancora della consultazione elettorale, così da rischiare ancora di meno: soluzione semplice e indolore (per loro), creando un vuoto laddove questo strumento era andato a soddisfare un bisogno.

A prendere di petto la questione si è visto come è finito Renzi, meglio dunque lasciar correre le cose come vanno, tanto a perderci saranno solo gli italiani, nessun problema, quindi…

Ai sindacalisti della Cgil e ai parlamentari che gliene importa degli italiani?

 

 

 

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Italia

Banca MPS, il Governo premia l’irresponsabilità

L’appetito di MILIARDI della Banca Monte Paschi di Siena è insaziabile e il governo Gentiloni sta cercando di preparare l’ennesimo salvataggio dell’istituto senese. Si tratta del reiterato caso in cui TUTTI I CONTRIBUENTI sono costretti a rimediare onerosamente alla disonestà e alla incapacità di pochi.

Riportiamo qui una lucida e sintetica analisi operata dall’Istituto Bruno Leoni:

“Dallo scoppio della crisi finanziaria ad oggi, la strategia della politica italiana, in fatto di banche, è stata una: la minimizzazione dei problemi. Si capisce l’istinto della prudenza, non soffiare su un fuoco che può divampare, si capisce di meno il nazionalismo bancario, quella specie di esercizio di autoillusione per cui i nostri istituti di credito sarebbero più prudenti, meno spericolati, meglio gestiti, anche perché fino a tempi recenti vi si parlava poco l’inglese.

Per questioni di orgoglio nazionale, Mario Monti evitò di ricorrere, come fatto dagli spagnoli, al fondo salva-stati per ricapitalizzare le banche italiane. Prima di lui, per Monte Paschi erano stati utilizzati strumenti ad hoc. Con il governo di Matteo Renzi, la banca senese è stata oggetto di forte attenzione.
Il governo si è occupato di quella banca con tutta la sollecitudine di un azionista, quale ormai è. Ma sappiamo bene che gli interessi di un azionista di una banca non coincidono necessariamente con quelli del sistema del credito, o del Paese nel suo complesso.
A noi sembra che, nel balletto di ipotesi sul futuro di MPS, stiamo smarrendo persino quel poco di rispetto per il denaro dei contribuenti che ha contrassegnato, sino ad ora, la prassi dei bail out bancari in Italia.
Prima ancora della direttiva europea sul bail in, prima del testo unico bancario, prima delle direttive europee in materia di adeguatezza del capitale delle banche, fin dal 1936, ci siamo attenuti a una regola senza eccezioni: ogni qual volta al contribuente è stato è stato chiesto di mettere i suoi soldi in una banca, si è prima azzerato il capitale. Così è stato per la Banca Privata di Sindona, per il vecchio Banco Ambrosiano, per il Banco di Napoli, e per tutti i casi minori che si sono verificati negli scorsi ottant’anni. Il principio era semplice: se mi costringi a mettere soldi pubblici, tu vecchio azionista ci rimetti il tuo investimento, e vieni estromesso dalla gestione. Si salva la banca, non gli azionisti della banca. Addirittura nel caso del Banco Ambrosiano, lo Ior non solo ci rimise il proprio investimento in azioni, ma anche un di più legato al quasi-capitale, costituito dalle lettere di patronage che aveva rilasciato al Banco.
In parte, MPS è già stata un’eccezione a questa regola: con i Tremonti Bonds prima e con i Monti Bonds dopo. Ma all’eccezione non c’è fine, se è vero che si sta pensando a una vera iniezione di capitale che riconosca un valore residuo alle azioni già in circolazione. Il salvataggio della banca comprende quindi il salvataggio dei suoi azionisti. Altro che bail in degli obbligazionisti subordinati!
La crisi doveva insegnarci che un sistema finanziario più stabile è prima di tutto un sistema nel quale viene fatta rispettare l’aurea regola del chi rompe paga. Il governo italiano sembra invece essersi orientato a premiare l’irresponsabilità. Quel che è peggio, coi soldi di tutti.”

 

Boris Kustodiev "il Bolscevico"

Boris Kustodiev
“il Bolscevico”

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