migranti

olivia di Leighton Connor
Il Cavaliere Blu / Blog

Integrazione forzata per i bimbi dei ghetti in Danimarca

In Danimarca stanno per entrare in vigore nuove norme con lo scopo di favorire l’integrazione nella società nordica dei bambini nati nei ghetti delle città danesi, abitati per lo più da immigrati di fede islamica.

Il piano per l’eliminazione delle differenze sociali dei ghetti danesi è suddiviso in 22 proposte del Governo, alcune delle quali già approvate dal Parlamento. Tra queste l’obbligo per i genitori di fare stare fuori casa i bambini dall’età di 1 anno per almeno 25 ore alla settimana, di fatto mandandoli all’asilo nido pubblico dove verranno insegnate la lingua danese ma soprattutto la cultura e i valori del Paese.

Contravvenire tale obbligo impedirà alle famiglie di usufruire dell’efficiente welfare locale.

Una delle proposte prevede addirittura il carcere per i genitori che obbligheranno i bambini a lunghi periodi di soggiorno all’estero, se questi avranno lo scopo di rieducare i ragazzi alla cultura estera di provenienza, rovinando quindi l’educazione “danese” impartita  dallo Stato.

Queste leggi saranno applicate solo ai residente delle 25 aree definite “ghetto”, ovvero le aree urbane con i maggiori tassi di disoccupazione e povertà, dove prevalgono i cittadini di origina straniera, i quartieri che fossero in Francia verrebbero chiamati banlieues. Gli altri danesi potranno invece decidere liberamente se tenere in casa i figli fino all’età scolare.

La Sirenetta, uno de simboli di Copenaghen

La Sirenetta, uno dei simboli di Copenaghen

Posto che in Italia una simile legge sarebbe palesemente anticostituzionale, come minimo poiché discriminatoria contro chi abita in determinati quartieri, il dibattito su una simile proposta può fornire spunti interessanti.

Si tratta di una legge discriminatoria e culturalmente violenta?

Questa è ad esempio la tesi sostenuta da The Guardian (clicca qui per vedere l’articolo) oppure:

alla lunga aiuterà i cittadini di origine straniera a meglio integrarsi nel Paese?

Al di là dell’innegabile fatto che una simile riforma nasca sull’ondata anti straniera cui si assiste un po’ in tutta l’Europa, l’interrogativo che rimane aperto è il seguente:

una legge come questa può costituire una reazione concreta al fallimento dei modelli di integrazione passati? 

Sebbene più aperti e democratici, i modelli europei di integrazione si sono rivelati fallimentari,  pur ispirati in teoria dalla parità di trattamento hanno portato alla proliferazione dei ghetti stessi, allo scatenarsi di episodi di terrorismo e a una diffusa emarginazione anche delle seconde e terze generazione di immigrati.

Una discussione seria sul tema sarebbe d’obbligo anche in Italia, senza assolutamente copiare i danesi nel merito, ma quanto meno riuscendo ad entrare nell’ottica che l’immigrazione non è un’emergenza momentanea, ma un fenomeno perdurante nel tempo e quindi da trattare in prospettiva anche futura.

 

Il Cavaliere Blu

 

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owusu clip Udine piazza primo maggio
Il Cavaliere Blu / Udine / Blog

“Udine city”, Justin Owusu canta la nostra città

Forse mi sbaglio, ma non ricordo canzoni recenti dedicate a Udine, quindi capisco che “Udine città” di Justin Owusu sia diventato il caso del giorno sul Messaggero Veneto e collezioni migliaia di visualizzazioni su youtube.

L’ha scritta Justin Owusu, di origine ghanese, ma italiano e udinese, e questo ci ricorda che la nostra città è fatta, amata e vissuta anche da chi non ha esattamente il viso spigoloso e la carnagione chiara del tipico friulano.

Mi pare che l’innegabile problema della gestione dei profughi abbia portato troppe persone ad una deleteria generalizzazione.

Si confondono troppo spesso gli stranieri in generale con i migranti chiedenti asilo, che sono invece un fenomeno esploso solo negli ultimi anni e costituiscono la seconda ondata dell’immigrazione in Italia, mentre la prima era di chi veniva per lavorare e poi portava le proprie famiglie, come capitò a Justin Owusu e a tanti altri, che ora sono e si considerano italiani.

L’attuale immigrazione dei profughi è una storia triste di barconi stracolmi di persone destinate a muoversi per stare peggio o a sprecare i migliori anni della propria vita in un ozio monotono e depressivo, per giunta malvolute.

Tempo fa, basta andare indietro di pochi anni, l’immigrazione era invece un percorso più contenuto nei numeri, più variegato nella forma, con altrettanta necessità di sacrificio, ma che aveva concreta speranza di successo o almeno di miglioramento del proprio status.

Inoltre era una migrazione destinata a portare vantaggio anche al paese ricevente, in termine di nuova forza lavoro e ringiovanimento della società.

La storia raccontatami recentemente da D. rientra in pieno in questa ultima fattispecie.

La sua famiglia, una volta stabilitasi decentemente qui nelle italiche campagne friulane, le pagò infatti un regolare biglietto aereo di sola andata, così lei, bimba di 10 anni, arrivò nella fredda Europa a cui era destinata. 

Non vide traccia di gommoni, né dovvette sobbarcarsi le traversate desertiche e la tappe d’inferno libico che spettano agli attuali “furbetti della richiesta di asilo”, che poi tanto furbi a quanto pare non sono, visti rischi cui sottopongono loro stessi.

Viaggi come il suo, di mera andata, a distanza di qualche anno hanno prodotto una persona integrata che si sente in qualche modo italiana e ama scherzare facendo qualche battuta in friulano.

Viaggi come il suo, fatti da bimba o comunque poco prima dell’adolescenza, fanno da spartiacque tra nascita, paese di origine e luogo di crescita e di vita.

Non si sentirà mai completamente italiana D., ma nemmeno potrà dire di essere solo africana.

Non è un apolidismo, che sarebbe triste, ma piuttosto una forma di indefinitezza fluida e un po’ poetica.

Decisamente più difficile è invece la vicenda di chi si muove da adulto e quindi è destinato a vivere da straniero dove migra.

Persino chi nasce straniero in terra d’altri, può avere problemi grossi, non appena gli venga il dubbio che il paese dove è nato lo tratta diversamente per via delle sue origini. Questa persona è sempre a rischio di sentirsi incompleto e sbagliato, pur essendo cittadino per ius soli o per naturalizzazione successiva, nonostante de facto non abbia mai visto la sua patria d’origine. 

Più consapevole è invece spesso la situazione di chi ha fatto il viaggio come D., da bambina.

Perchè D. sa che non c’è niente di imperdibile in Africa, come non c’è nulla di imprescindibile qui.

Il mondo è semplicemente imperfetto ovunque e ci si può stare bene o male a prescindere dal luogo, dalla patria o dalla nazionalità scritta sui passaporti, conta molto di più l’atteggiamento con cui si affronta la vita e il proprio destino.

Migrare da una paese all’altro non impedirà al mondo di ruotare e portare in giro tutti, indistintamente, notte dopo giorno, fino all’ultimo.

Questa cosa D. la ha capita, troppe persone, che nascono e vivono sempre nello stesso posto, non lo capiranno mai… e si sorprenderanno che sia stato proprio Justin Owusu a mettere in musica l’amore per la sua città, Udine.

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pieter bruegel torre di babele
Italia

Gli immigrati sono una risorsa? Costano almeno 5 miliardi

Un recente studio del Centro Studi Impresa Lavoro ha provato a fare chiarezza sulla millantata capacità degli immigrati di generare un avanzo positivo per il bilancio statale italiano.

 

Gli immigrati (regolari) sono quindi una risorsa economica? Sono addirittura fondamentali al bilancio dell’Inps come sostenuto recentemente da Tito Boeri in un’uscita a dir poco superficiale?

 

No: secondo i calcoli dei ricercatori del Centro Studi se le entrate per le casse dell’erario ammontano a 20,6 miliardi di euro, le uscite risultano di 25,6 miliardi con un saldo negativo di circa 5 miliardi. Riportiamo un estratto della dichiarazione resa da Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi al Giornale:

 

«I nostri ricercatori indicano numeri diversi perché non facciamo finta di non vedere. Prendendo spunto dai dati della fondazione Moressa del 2015, che fa parte del coro pro-immigrati come risorsa, risulta che le entrate annue per lo Stato sono di 9,7 miliardi di gettito fiscale e 10,9 miliardi di contributi previdenziali. Il problema è sul calcolo delle uscite riguardo all’impatto economico degli stranieri regolari. Per la sanità, scuola e servizi sociali escono 8,3 miliardi di euro. Per la casa ed ulteriori misure di sostegno vanno calcolati 3,4 miliardi. Tre miliardi sono da aggiungere per carceri e tribunali assieme al lavoro del ministero dell’Interno relativo a sicurezza e permessi. L’ulteriore dato negativo, che non viene considerato né dalla fondazione, né dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, scaturisce dal debito implicito pensionistico»

 

Si tratta di qualcosa come 10,9 miliardi di euro.

 

Il debito implicito si basa sul fatto che gli occupati di oggi paganti le pensioni per chi ha già maturato i requisiti per goderne con la promessa, o patto generazionale, che ci sarà qualcun altro a fare lo stesso con il loro vitalizio. Lo Stato sta di fatto contraendo un debito, non dichiarato, e quindi implicito, nei confronti di chi oggi versa i contributi, con la promessa di saldarlo, un domani, attraverso la pensione. 

Massimo Blasini, imprenditore e presidente del Centro Studi Impresa Lavoro

Massimo Blasini, imprenditore e presidente del Centro Studi Impresa Lavoro

 

«In termini semplici – sottolinea Blasoni – i contributi che oggi vengono versati dagli extracomunitari si tradurranno in pensioni che dovremmo pagare un domani».

Ancor peggiore la situazione se si vanno ad analizzare le pensioni non derivate da contributi: «Già oggi su 81.660 pensioni pagate agli stranieri ben 49.852 sono pensioni sociali, che non derivano dal lavoro svolto» aggiunge Blasoni. Risulta ovvio che col crescere dell’età media degli stranieri, oggi ancora molto bassa in confronto a quella degli italiani, crescerà il numero di loro aventi diritto a pensioni, siano esse sociali o da lavoro, mentre diminuirà in proporzione la forza lavoro.

 

Sintetizzando, allo stato gli immigrati (regolari) costano circa 5 miliardi di euro l’anno. Cifra che andrebbe poi aumentata con i dati relativi agli immigrati, di cui però è certamente più difficile tenere una contabilità reale.

 

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croce rossa liceo artistico villa reale
Regione Fvg / Udine / Italia

La Cri di Udine, bilancio super: 4 milioni di attivo

La Croce Rossa di Udine ha presentato un bilancio con oltre 4 milioni di attivo, grazie ad un “fatturato” in grande crescita rispetto all’anno precedente, praticamente raddoppiato, frutto in gran parte della gestione dei migranti ospiti della struttura nella ex caserma Cavarzerani di Udine, che da solo ha generato un volume d’affari di circa 10.000.000 di euro nel 2o16.

Il “business dei migranti” rende bene dunque?

Il bilancio del Comitato provinciale di Udine della Croce Rossa conferma che somme di denaro importanti girano intorno al mondo dell’accoglienza dei profughi, fatto che probabilmente non è una novità per nessuno.

Più interessante, analizzando questi dati, è invece osservare l’utile che la Cri di Udine è riuscita a totalizzare e questo dimostra che i margini di guadagno degli appalti che vengono indetti per la gestione dei migranti sono elevati, a dispetto del fatto che molti soggetti privati vincitori di appalti cerchino invece di negarlo.

Molte cooperative private, spesso colluse con l’amministrazione pubblica se non peggio, hanno infatti intascato milioni di euro per la gestione di questi servizi, senza aver alcuna vergogna di arrotondare in varie turpi maniere o di fornire servizi al di sotto della dignità umana per i loro ospiti.

Il caso di Udine, a parte confermare l’esistenza di un cospicuo margine di guadagno e che la gestione dei migranti ha evidentemente la connotazione di un redditizio business, è comunque un caso virtuoso perché nella caserma Cavarzerani, a dispetto della presenza di centinaia di stranieri (in un numero oscillante tra i 600 e gli 800) la gestione è stata, in comparazione con strutture di simili dimensioni, esemplare.

L’avanzo di bilancio della Cri (frutto comunque anche della altre attività svolte, tra cui ovviamente l’appalto dei servizi di ambulanza) ora verrà reso utili alla collettività e c’è da sperare che ciò avvenga con la stessa efficienza dimostrata nella gestione della Cavarzerani.

Il presidente Sergio Meinero ha infatti dichiarato che : “Sono fondi che provengono al territorio e al territorio devono tornare”.

Alcuni progetti di reimpiego delle risorse esistenti verranno proposti all’assemblea dei soci, organo che dovrà esprimere la decisione finale, con l’auspicio che l’occasione di un investimento utile a favore del territorio venga colta con lungimiranza.

 

 

 

 

 

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Opera "between the borders" di STMTS
Il Cavaliere Blu / Italia / Blog

2016, record di morti nel Mediterraneo: più li soccorriamo, più muoiono

Medici senza frontiere ha pubblicato un rapporto inerente la cosiddetta tratta “mediterranea” percorsa dai migranti, laddove si evince che il 2016 ha il primato dei decessi, riuscendo a superare la cifra dei 4.000, in crescita rispetto al 2015 e che supera anche la statistica del 2014, come si può vedere qui sotto.

tabella-morti-medici-senza-frontiere

All’aumento dei decessi in mare, si accompagna l’aumento dei soccorsi, che nel 2016 a sua volta raggiunge il numero record di oltre 173.000. L’analisi dei numeri di questo fenomeno porta a confermare una tesi che forse era possibile già formulare anche con la logica:

LE MISSIONI DI SALVATAGGIO POSTE IN ESSERE NEL MEDITERRANEO NON PORTANO CHE ALL’AUMENTO DELLE MORTI IN MARE

Le varie grandi missioni pianificate a partire da “Mare Nostrum” dalla Comunità Europea e dall’Italia, con pattugliamenti e salvataggi spinti fin quasi sulle coste libiche o nordafricane, non portano affatto alla salvezza dei migranti, bensì aumenta il loro numero e fatalmente il numero dei decessi.

Se infatti gli organizzatori di queste terrificante traversate possono contare su un probabilissimo salvataggio a poche miglia dalla partenza (il tasso di morte del 2% circa è tremendo dal punto di vista umano, ma nell’ottica dei trafficanti si parla di un 98% di successi, dunque un’attività imprenditoriale piuttosto sicura)  possono ridurre il costo del viaggio a cifre veramente basse e quindi aumentare e rendere accessibile la traversata ad un  numero sempre maggiore di aspiranti migranti.

Bastano 500/700 dollari per partire.

Una cifra ben accessibile e che quindi porta il fenomeno a crescere in termini assoluti, portando in finale all’aumento dei decessi (oltre che ovviamente a quello, per noi comunque problematico, degli arrivi).

Preme RIPORTARE QUI DUE VERITA’ SPESSO TACIUTE DAI MEDIA, e che è necessario conoscere per poter comprendere il fenomeno:

1: NON E’ ASSOLUTAMENTE VERO CHE AI TRAFFICANTI NON INTERESSA SE I MIGRANTI ARRIVANO A DESTINAZIONE. Il “contratto” (se così si può dire) che viene normalmente stipulato tra trafficanti e migranti (o meglio con i familiari di questi) prevede quasi sempre una sorta di assicurazione contro il mancato arrivo. In sostanza se il migrante sparisce tra i flutti del Mediterraneo, il trafficante restituisce parte della somma pagata alla famiglia. Dunque è interesse del trafficante che il viaggio giunga a destinazione. Il che non significa che ovviamente il migrante viaggi in sicurezza, ma va da sè che un successo dell’operazione vicino al 98% come riportato dalla statistica di Medici Senza Frontiere, è tutto sommato un ottimo compromesso per l’attività di criminale di questi individui.

2: GLI SCAFISTI NON ESISTONO. Non siamo ai tempi delle traversate dell’Adriatico fatte dagli scafisti albanesi, in cui di fatto gli scafisti portavano le persone in Puglia e poi tornavano indietro per ripartire il giorno dopo. Qui i trafficanti veri sono al sicuro e molto lontano dalle coste da cui partono i poveracci. Anche i loro incaricati stanno ben lungi da trovarsi a bordo delle barche al momento dell’arrivo delle nostra Guardia Costiera. Alcuni di loro riempono la barca di persone, poi la fanno uscire dal porto e quindi abbandonando la stessa a bordo di motoscafi che presto rientrano in “sede”. Ad uno dei migranti è affidato un telefono satellitare con cui chiamare i soccorsi che quando arrivano trovano SOLO  e SOLTANTO i fruitori del servizio, da soccorrere se non sono nel frattempo affondati… Questa è la norma, dunque il soccorso non porta ad arresti o a individuare nessuno dei responsabili.

Ne consegue che ORGANIZZARE SOCCORSI IN MARE AIUTA I TRAFFICANTI E AUMENTA I FLUSSI DEI MIGRANTI E DI CONSEGUENZA LE MORTI NEL MEDITERRANEO. Questo perchè rende il trasporto più economico e dunque accessibile a più larghe fette della popolazione.

Il Cavaliere Blu – RobinUd

 

opera di street art di STMTS

opera di street art di STMTS

 

 

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