Unione Europea

olivia di Leighton Connor
Il Cavaliere Blu / Blog

Integrazione forzata per i bimbi dei ghetti in Danimarca

In Danimarca stanno per entrare in vigore nuove norme con lo scopo di favorire l’integrazione nella società nordica dei bambini nati nei ghetti delle città danesi, abitati per lo più da immigrati di fede islamica.

Il piano per l’eliminazione delle differenze sociali dei ghetti danesi è suddiviso in 22 proposte del Governo, alcune delle quali già approvate dal Parlamento. Tra queste l’obbligo per i genitori di fare stare fuori casa i bambini dall’età di 1 anno per almeno 25 ore alla settimana, di fatto mandandoli all’asilo nido pubblico dove verranno insegnate la lingua danese ma soprattutto la cultura e i valori del Paese.

Contravvenire tale obbligo impedirà alle famiglie di usufruire dell’efficiente welfare locale.

Una delle proposte prevede addirittura il carcere per i genitori che obbligheranno i bambini a lunghi periodi di soggiorno all’estero, se questi avranno lo scopo di rieducare i ragazzi alla cultura estera di provenienza, rovinando quindi l’educazione “danese” impartita  dallo Stato.

Queste leggi saranno applicate solo ai residente delle 25 aree definite “ghetto”, ovvero le aree urbane con i maggiori tassi di disoccupazione e povertà, dove prevalgono i cittadini di origina straniera, i quartieri che fossero in Francia verrebbero chiamati banlieues. Gli altri danesi potranno invece decidere liberamente se tenere in casa i figli fino all’età scolare.

La Sirenetta, uno de simboli di Copenaghen

La Sirenetta, uno dei simboli di Copenaghen

Posto che in Italia una simile legge sarebbe palesemente anticostituzionale, come minimo poiché discriminatoria contro chi abita in determinati quartieri, il dibattito su una simile proposta può fornire spunti interessanti.

Si tratta di una legge discriminatoria e culturalmente violenta?

Questa è ad esempio la tesi sostenuta da The Guardian (clicca qui per vedere l’articolo) oppure:

alla lunga aiuterà i cittadini di origine straniera a meglio integrarsi nel Paese?

Al di là dell’innegabile fatto che una simile riforma nasca sull’ondata anti straniera cui si assiste un po’ in tutta l’Europa, l’interrogativo che rimane aperto è il seguente:

una legge come questa può costituire una reazione concreta al fallimento dei modelli di integrazione passati? 

Sebbene più aperti e democratici, i modelli europei di integrazione si sono rivelati fallimentari,  pur ispirati in teoria dalla parità di trattamento hanno portato alla proliferazione dei ghetti stessi, allo scatenarsi di episodi di terrorismo e a una diffusa emarginazione anche delle seconde e terze generazione di immigrati.

Una discussione seria sul tema sarebbe d’obbligo anche in Italia, senza assolutamente copiare i danesi nel merito, ma quanto meno riuscendo ad entrare nell’ottica che l’immigrazione non è un’emergenza momentanea, ma un fenomeno perdurante nel tempo e quindi da trattare in prospettiva anche futura.

 

Il Cavaliere Blu

 

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europa satellite
Italia

Euro Sì, Euro No. La necessità di un dibattito serio e costruttivo.

Movimenti politici forti e attualmente in trend positivo come la Lega e il Movimento 5 Stelle sono apertamente anti euro, mentre altri partiti, quali Forza Italia o Fratelli d’Italia sono fortemente dubbiosi sull’utilità della moneta unica europea, pertanto l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro non è irrealistica.

L’argomento tuttavia viene trattato da giornalisti e politici con una certa leggerezza oppure con prese di posizioni dettate più dall’emotività piuttosto che in modo razionale.

Invece l’argomento è così delicato e concreto che necessita di essere affrontato in modo logico e serio.

Il professor Zingales sulle pagine del Sole24 Ore ha recentemente posto le basi per un dibattito costruttivo sul fondamentale argomento, ponendo alcune regole, che qui citiamo (ricavate dall’articolo del 16 aprile 2017) e soprattutto dividendo il tema in tre argomenti di confronto:

“La prima è la correttezza formale. Non si accettano attacchi personali o insulti. La seconda è la correttezza sostanziale: ogni affermazione va giustificata con una referenza accademica (in nota) o con la precisazione che si tratta di un’opinione personale. La terza è dividere il dibattito per argomenti.

Nel decidere se la permanenza nell’euro è preferibile al ritorno a una moneta nazionale bisogna considerare tre aspetti.

1: se nel lungo periodo è preferibile per un Paese come l’Italia avere una moneta comune con il resto del (Nord) Europa o no.

2: quanto elevati (e duraturi) possano essere i vantaggi e gli svantaggi della svalutazione della nostra moneta nazionale che seguirebbe naturalmente dopo un’uscita dell’Italia dall’euro.

3: quanto elevati sarebbero i costi (economici e politici) di una nostra uscita unilaterale dall’euro.”

All’appello lanciato da Zingales hanno risposto immediatamente Franco De Benedetti e Ignazio Angeloni, i quali in realtà, prima di entrare nel dettaglio degli argomenti, hanno sostanzialmente negato che un dibattito serio non ci sia già stato, rimarcando piuttosto al difficoltà a giungere ad una conclusione condivisa.

Riportiamo quanto affermato da Franco Debenedetti (lettera del 18 aprile 2017) in risposta Zingales:

Dire, come come ha fatto Luigi Zingales nella sua rubrica «Alla luce del Sole» di domenica 16 aprile, che è mancato finora un “dibattito serio” sull’Italia e l’euro, mi pare un po’ esagerato. Anzi questo giornale, secondo la sua posizione e tradizione, vi ha seriamente contribuito: solo nelle ultime settimane ricordo Bini Smaghi, Codogno, Fabbrini, Galli, e sono certo di far torto a molti. Forse il dibattito non è stato organicamente articolato e pubblicamente esposto con l’evidenza adeguata all’ampiezza che hanno conquistato le posizioni euroscettiche. Ben venga quindi l’approfondimento che egli propone.

Tuttavia, prima che incominci il dibattito tra economisti, da non economista credo necessarie alcune riflessioni sul
dibattito stesso: metodologiche e politiche.

Prima: sull’ordine con cui Zingales ha scelto di articolare il dibattito. Cioè prima se la moneta unica conviene, poi quanto converrebbe non averla, infine quanto costerebbe abbandonarla. Sostengo che l’ordine debba essere invertito: infatti se l’uscita apparisse troppo costosa e troppo pericolosa, che senso avrebbe andare avanti? Ci sono buone ragioni per credere che così sia. Sentiamo cosa ne dice uno che queste cose le ha vissute, Yanis Varoufakis, sul blog di Rifondazione Comunista.

«Io vorrei che non avessimo creato l’euro, vorrei che avessimo conservato le nostre monete nazionali.[Ma]c’è differenza tra dire che non avremmo dovuto creare l’euro e dire che ora dovremmo uscirne [perché questo]non ci riporterà a dove eravamo prima o a dove saremmo stati se non fossimo entrati. […] Uscire dall’euro significherebbe una nuova moneta, il che richiede quasi un anno da introdurre, per poi svaluarla. Ciò sarebbe lo stesso che se l’Argentina avesse annunciato una svalutazione con dodici mesi di anticipo.Sarebbe catastrofico, perché se si dà un simile preavviso agli investitori – o persino ai comuni cittadini – questi liquiderebbero tutto, si porterebbero via i soldi nel periodo che gli si è offerto in anticipo rispetto alla svalutazione, e nel paese non resterebbe nulla.

Anche se potessimo tornare collettivamente alle nostre monete nazionali in tutta l’eurozona, Paesi come la Germania, […] vedrebbero salire alle stelle i loro rapporti di cambio. Ciò significherebbe che la Germania, che al momento ha una bassa disoccupazione ma un’elevata percentuale di lavoratori poveri, vedrebbe tali lavoratori poveri diventare disoccupati poveri. […] Mentre in luoghi come Italia, Portogallo e Spagna, e anche in Francia, ci sarebbe contemporaneamente una fortissima caduta dell’attività economica (a causa della crisi in Paesi come la Germania) e un forte aumento dell’inflazione (perché le nuove monete in quei Paesi dovrebbero svalutare in misura molto considerevole, provocando il decollo dei prezzi all’importazione di petrolio, energia e merci fondamentali). […] Tutte le economie a est del Reno e a nord delle Alpi finirebbero in depressione e il resto dell’Europa sprofonderebbe in una stagflazione economica […]. Potrebbe addirittura scoppiare una nuova guerra; magari non si tratterebbe di una guerra vera e propria, ma le nazioni si scaglierebbero l’una contro l’altra. In un modo o nell’altro, l’Europa farebbe ancora una volta affondare l’economia mondiale. La Cina sarebbe devastata da questo e la fiacca ripresa statunitense svanirebbe. Avremo condannato il mondo intero ad almeno una generazione perduta». Fine della citazione.
Non si discute impunemente di vantaggi e svantaggi di un’uscita. Tutto ciò che rende credibile la ridenominazione, cioè che controlli sul capitale rendano impossibile portare gli “euro italiani” fuori dall’Italia oppure che questi siano forzosamente convertiti in una nuova lira, induce gli investitori a ritirare i propri depositi dalle banche italiane per depositarli in banche tedesche oppure per comperare Bund. Suscitare il timore del rischio rende il rischio autoavverantesi,
Seconda osservazione: le persone che dovranno contribuire al dibattito. Sull’euro c’è una “battle of ideas” (per riprendere titolo, e qualche frase, del recente libro di Markus Brunnermeier): battaglia tra l’idea francese, di uno stato centrale forte che interviene ex-post, e l’idea tedesca di un sistema di regole ex ante che evitino il 
moral hazard. Ma entrambe sono figlie dell’idea di stato nazione, quella che fatto grande l’Europa e con lei tutto l’Occidente. Diversa è la “battaglia” tra visioni continentale e anglosassone. C’è un bias ideologico: gli americani non hanno mai accettato che l’Europa potesse unirsi costituendo un’area economica più rilevante degli Usa. I vari Krugman, Sachs, Stiglitz, Feldstein, divergenti tra loro nelle analisi, sono uniti nelle critiche vivaci, a volte feroci, di ciò che l’Europa fa, o non fa. L’interesse geopolitico degli Usa a che l’Europa aiuti a stabilizzare la domanda aggregata a livello mondiale, e una diversa filosofia economica, aumentano la loro tendenza a far la lezione all’Europa.

Basti ricordare due momenti. Il 2012, anno di elezioni presidenziali, quando il timore che la crisi del debito europeo potesse dilagare e pregiudicare le sorti di Obama e portare a una vittoria dei repubblicani, i ripetuti interventi di Tim Geithner perché l’Europa «facesse qualcosa». E il 2015 quando gli Usa temettero che il contagio politico da Grecia a portogallo Spagna e Italia, rafforzasse il potere di Putin nel Sudest europeo: «un errore geopolitico», secondo John Lew.

Terza osservazione: le aspettative dell’iniziativa di Zingales. Tutti crediamo nel «valore di un dibattito intelligente e costruttivo»; paghiamo pure il rituale (e un po’ ipocrita) tributo allo scopo non di «convincere i lettori in una direzione o nell’altra, ma di informarli». Purché non si pensi che la soluzione al problema dell’Italia nell’euro sia un teorema da dimostrare o un modello da validare.

La questione è interamente politica, ed è nella politica che deve trovare la sua soluzione.

Un’interessante lettera è stata scritta anche da Ignazio Angeloni, membro del Cosiglio di vigilanza della Bce, titolata “L’euro non è certo l’origine dei nostri mali”, che riportiamo qui:

l’appello di Luigi Zingales ad avviare un dibattito “serio e costruttivo” sull’euro (Il Sole 24 Ore del 16 aprile) mi ha sorpreso. Premetto che conosco Zingales da diversi anni e che in passato ho apprezzato alcuni suoi contributi accademici nel campo della finanza; so anche che negli ultimi tempi egli ha espresso opinioni critiche sull’euro e sull’Unione europea. Non mi meravigliano quindi né la chiamata rivolta alla comunità accademica né l’implicito invito a sfatare, usando lo strumento dell’analisi, presunti luoghi comunisull’irreversibilità della moneta unica e sull’adesione dell’Italia.
Quello che sorprende è che l’appello sia lanciato senza avvertire l’ignaro lettore che l’argomento è stato
oggetto di interminabili discussioni per decenni, senza che si sia mai raggiunto alcun consenso sul piano
dell’analisi economica.
Cominciò all’inizio degli anni cinquanta Milton Friedman (Università di Chicago), al tempo in cui le parità monetarie erano fisse in tutto il mondo, con uno studio in cui sosteneva i vantaggi dei cambi flessibili. Pochi anni dopo arrivò Robert Mundell, anche lui fresco di studi a Chicago, con un altro studio in cui mostrava che a certe condizioni era preferibile un sistema di cambi fissi. Mundell è stato poi chiamato, forse a sproposito, il “padre dell’euro”. Da allora il dibattito è rimasto sostanzialmente fermo su quegli argomenti, né l’enormemassa di dati portati a supporto delle due tesi ha mai potuto dirimere la controversia.
La politica si è espressa in modo più netto. Dal dopoguerra a oggi (o meglio dal 1971, data che segna la fine del sistema mondiale dei cambi fissi) i Paesi europei hanno costantemente, anche se con difficoltà, cercato di stabilizzare i rapporti di cambio, nella convinzione che le oscillazioni delle parità monetarie fossero di ostacolo al mercato unico e al progetto più generale di integrazione e cooperazione nel continente. La creazione dell’euro, il compimento di quell’aspirazione, fu non solo approvata formalmente da tutti i Paesi, ma sostenuta a grande maggioranza dall’opinione pubblica. Quando venne introdotto, l’euro godeva del sostegno dell’84% degli italiani (sondaggio Eurobarometro); un dato fra i più alti dell’eurozona. Oggi la percentuale di approvazione in Italia è più bassa che negli altri Paesi (dove si sta riprendendo), ma rimane comunque superiore al 50%.
Pur rimanendo scettico sulla possibilità di risolvere la questione seguendo le regole proposte da Zingales,
condivido la passione per il civile confronto delle idee. Penso anche che in un momento di divisione e disorientamento del Paese sia dovere di coloro che a diverso titolo fanno di questi temi una professione ripensare le proprie convinzioni ed esporle in modo chiaro, cosicché esse possano essere comprese egiudicate. Per questa ragione ho spiegato le mie idee sull’euro e sulla permanenza dell’Italia in esso in uno scritto che viene pubblicato oggi in un volume di vari autori su temi analoghi. Per ragioni di spazio, mi limito qui a riassumere qualche considerazione.
L’Italia ha vissuto la sua “età dell’oro” (così l’ha chiamata Gianni Toniolo), con tassi di crescita annuali oltre il 5%, nel periodo postbellico in cui i cambi erano fissi. Dagli anni settanta, la lira si è progressivamente e drammaticamente svalutata ed è subentrato gradualmente il cosiddetto “declino”. Significa questo che fissando il cambio si ottengono automaticamente alti tassi di crescita? Evidentemente no. Giocavano allora, come oggi, altri fattori. Questo semplice fatto dovrebbe però far riflettere tutti coloro che contano sulla mera svalutazione della moneta per stimolare la crescita nel cosiddetto “lungo periodo”. Alcuni critici dell’euro portano poi ad esempio gli Stati Uniti, che sarebbero dotati, a differenza dell’eurozona, di istituzioni che consentono all’unione monetaria di funzionare – meccanismi di redistribuzione, un bilancio federale, una completa unione bancaria, e quant’altro. Quei critici dimenticano che gli Stati Uniti hanno introdotto quegli strumenti oltre un secolo dopo avere adottato il dollaro, e dopo una guerra civile, molte crisi finanziarie, e la Grande Depressione. Un esperto del processo di integrazione americana come Randall Henning ha scritto, ironicamente, che a confronto quello europeo è “molto educato”.
Negli ultimi anni, dopo che Mario Draghi ha annunciato che avrebbe usato tutti gli strumenti disponibili per difendere l’euro e dopo che la banca centrale ha dispiegato le sue manovre espansive, la crescita economica nell’eurozona (Italia esclusa) si è assestata intorno al 2%; in Italia, si colloca intorno all’1%. La Spagna, Paese che ha subito una grave crisi e ha dovuto ricorrere all’aiuto internazionale, cresce oggi a più del 3%.
L’appartenenza all’euro comporta insieme ai vantaggi anche regole e vincoli, ma questi semplici esempi dovrebbero far riflettere quelli che vedono la moneta unica come una gabbia in cui prospera solo la Germania, e che ritengono che la stagnazione italiana dipenda dall’euro e non da problemi intrinsechi del
nostro Paese. Su questi ultimi bisogna concentrarsi, senza cercare diversivi.
Auguro a Zingales e al Sole 24 Ore un proficuo dibattito su questi importanti temi. Non auguro invece a nessun lettore di questo giornale di ritrovarsi cittadino di un Paese che tentasse l’improvvida avventura di
staccarsi dall’euro e dall’Unione europea. Nessuno di questi due è perfetto: dobbiamo lavorare insieme dall’interno per migliorarli.”

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Reni, Guido; Aurora and the Chariot of the Sun Driven by Apollo; Burton Constable Hall; http://www.artuk.org/artworks/aurora-and-the-chariot-of-the-sun-driven-by-apollo-77592
Le frecce di Robin Ud / Blog

Mostriamo la grandezza dell’Europa agli Europei

stati un europa mostriamo la grandezzaNella capitale d’Italia blindata, dopo l’attentato di Londra, si commemorano i 60 anni dei Trattati di Roma che hanno fatto nascere l’Unione Europea. In occasione della cerimonia forse è il caso di spiegare agli europei i vantaggi e il futuro di questa nostra istituzione. I 27 leader europei hanno firmato un nuovo documento che porta a ribadire l’indivisibilità dell’Europa, dell’Unione Europea e dell’euro. Il testo prevede un Europa sicura, prospera, sostenibile, sociale, forte nella scena internazionale. Nei prossimi 10 anni probabilmente avremo un’Europa a più velocità, come avvenuto per euro e Schengen, ma che possa portare ad una vera Unione Europea confederata in Stati Uniti d’Europa.

Decine di migliaia sono stati i sostenitori del movimento federalisti europei e del movimento Forza Europa. Nettamente inferiori alle aspettative il corteo Eurostop con poche persone al seguito di cui un centinaio fermati dopo che la polizia ha trovato nascoste nel percorso previsto barre metalliche e scudi. Contemporaneamente a Londra migliaia di remainers si sono riuniti in una manifestazione per chiedere di mantenere molti dei diritti acquisiti grazie all’Unione europea. La decisione alla brexit è stata presa in seguito al referendum del giugno scorso che ha visto una risicata maggioranza (52 per cento). Ma la maggioranza dei cittadini in UK oggi non vuole perdita la cittadinanza europea, la libertà di spostamento e di impiego. Loro sannno che l’Unione europea si fa anche carico di finanziare università e progetti inter-universitari facilitando la circolazione di idee e lo sviluppo della ricerca accademica all’interno dei 28 paesi membri. Sovvenziona progetti di mobilità studentesca come l’Erasmus, il principale progetto di integrazione dei popoli europei. Sono milioni gli studenti europei che hanno ricevuto un finanziamento per frequentare una delle 4mila università all’interno della UE e che, grazie a queste esperienze, hanno formato famiglie intereuropee.

Quella che era nata come una comunità economica si è evoluta quindi in un’organizzazione attiva in molti settori: dal clima all’ambiente, dalla salute alle relazioni esterne, e dalla sicurezza alla giustizia e all’immigrazione. L’Unione Europea si fonda sul principio dello stato di diritto: tutti i suoi poteri riposano cioè su trattati liberamente e democraticamente sottoscritti dai paesi membri. L’UE è governata grazie ai cittadini eleggono in maniera diretta gli europarlamentari e per cui gli Stati membri hanno spazio e opportunità di agire nel Consiglio europeo e nel Consiglio dell’UE.

Nel 2012, l’UE ha vinto il premio Nobel per la pace per aver contribuito alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa che per secoli è stata teatro guerre fratricide e terribili massacri. Grazie alla moneta unica e all’abolizione dei controlli alle frontiere tra i paesi membri, i cittadini possono oggi circolare liberamente in quasi tutto il continente. Il mercato unico o mercato “interno”, che permette la libera circolazione di beni, servizi e capitali, è il principale motore economico dell’UE nonché ciò che la fa grande di fronte a potenze come gli Stati Uniti, la Russia o la Cina.

Anche Virginia Raggi, sindaca di Roma, sembra essersi accorta dell’importanza dell’Europa. Citando l’importanza degli ispiratori dell’Ue ha si consigliato di rivedere il Regolamento di Dublino, ma il suo discorso sembrava tradire lo spirito antieuropeista del Movimento 5 stelle. Ed infatti a discapito di quello che pensano i grillini e i salvini in Europa si vive meglio che in molti altri Paesi: negli USA ci sono zone in cui le condizioni di vita sono paragonabili a quelle dei paesi in via di sviluppo, l’istruzione e la salute sono “cose per soli ricchi”. La Russia, invece, è governata solo apparentemente in modo democratico, ma in realtà c’è un dittatore che ha messo a tacere ogni opposizione, non c’è libertà di stampa e la popolazione teme di potersi esprimere liberamente. Paradossalmente, Vladimir Putin fa proseliti più facilmente all’estero che in terra natia.

Ma non solo, in molte zone dell’Asia le malattie causate dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua hanno causato un calo della speranza di vita alla nascita. Nei paesi arabi il terrorismo dilaga e le donne e molti ceti hanno pochi diritti e sono apertamente discriminati. L’Africa è sconvolta da gerre e sfruttamenti minerari con povertà dilagante e malattie come Malaria e AIDS endemiche senza possibilità di cure. C’è, infine, l’America Latina dove le gang del narcotraffico in alcuni luoghi costringono la popolazione al coprifuoco.

Forse per questo gli USA di Trump e la Russia di Putin temono la nostra Unione Europea, sia perchè è il loro principale competitor in ambito commerciale in Asia e in ambito geopolitico in Medio Oriente, sia per la forza economica del suo complesso e il livello di benessere in cui noi viviamo. Donald Trump ha usato toni esaltanti per la Brexit inglese: “Grande cosa, e altri paesi seguiranno”. Il Cremlino, dal canto suo, sta letteralmente finanziando partiti euroscettici, a cui Le Pen e Salvini sembrano molto interessati. I loro viaggi al Cremlino rendono bene l’apparenza di una sudditanza al grande Putin.

A tal proposito il parlamento europeo denuncia la propaganda d Putin che “cerca di distorcere la verità, incutere paura, provocare dubbi e dividere l’Ue”. “Da dieci anni il Cremlino sta influenzando il dibattito pubblico europeo e adesso i temi che gli sono cari sono diventati mainstream”, spiega a TPI Alina Polyakova, esperta di movimenti e partiti di estrema destra in Europa ed editorialista di The New York Times e Wall Street Journal.

In tutto questo anche il terrorismo islamico fa la sua parte, inculcando insicurezza e terrore. Di fatto, l’ISIS è al servizio di chi vuole conquistare e distruggere l’Unione Europea. Sì, perchè tutti questi personaggi, Farage, Le Pen, Grillo, Salvini, Trump, Putin, traditori od opportunisti, diventano involontari alleati dell’ISIS perchè colpiscono il punto debole della democrazia: destituire i governi per il proprio interesse personale manipolando le masse con tutti i mezzi a disposizione, socialmedia compresi.

L’Unione Europea non è però scevra di errori. Troppa burocrazia, troppi sprechi, troppa distanza tra il potere politico e i cittadini, eccessivi obbligi all’austerity per mantenere alto il livello politico finanziario a discapito dei cittadini. Ma, nonostante tutto, nell’ultimo difficile decennio siamo stati protetti da strumenti come il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria (FESF o EFSF) efficace per far fronte alla grande recessione che negli USA si è molto più sentita che da noi. Gli stati membri più deboli dell’Eurozona ne hanno beneficiato più volte.
Ma torniamo ai problemi italiani. Pensate veramente che la causa delle nostre inefficienze siano colpa dell’Europa? Facciamo un esempio di un paese latino nell’ambito dell’Unione Europea: il pil della Spagna ha continuato a crescere del doppio rispetto alla media dell’Unione europea e cresce a velocità tripla dell’Italia, con lo spread di 80 punti inferiore. Si sono sviluppati posti di lavoro, è stata raggiunta una stabilità politica e il rifiuto di derive populiste e di alibi esterni ai problemi domestici. In Italia avviene tutto il contrario, clientelismi e corruzione, ingessamento da parte di forze populiste e coorporazioni che spingono l’opinione pubblica italiana a cercare nell’Europa e nei complotti bancari il colpevole di tutto, senza che si capisca come i nostri problemi sono solo dovuti agli italiani e che senza Europa si cadrebbe in un baratro ancora maggiore.
Dobbiamo quindi procedere e migliorare, soprattutto nel rendere partecipi i cittadini al processo politico. E’ ora quindi di modernizzare l’Europa, di renderla ancora più grande di fronte a USA e Russia. Dobbiamo rivedere i trattati in funzione di progredire verso gli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo evidenziare come l’Europa sia la più grande potenza produttiva mondiale. Ma ora il popolo europeo deve prendere posizione e difendere il nostro Stato dall’attacco della Russia, degli USA e del fondamentalismo islamista. Se ancora non lo avete capito, siamo in guerra e i nemici sono tutti quelli che vogliono distruggere il nostro grande ed unito Paese. Non importa se sono nati in seno all’Europa, o che siano infiltrati, o potenze concorrenti al nostro potere sociale ed economico. È tempo di difenderci, è tempo di unirci ancor di più.

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European union concept, digital illustration.
Le frecce di Robin Ud / Blog

Caro Euroscettico, davvero vuoi distruggere l’Europa?

Ho deciso di scrivere una lettera aperta. Mi rivolgo ai popoli dell’Europa intera, al popolo dell’Unione Europea e, in particolare modo, mini europa caro euroscetticoagli euroscettici.

Vi stupirà, forse, ma sento l’esigenza di parlare a chi contesta il modo in cui l’Unione Europea è tenuta insieme e come governa sui territori.

Facciamo finta, per un istante soltanto, di essere tutti parte di un unicum, dotato di un solo Governo, di vivere in un’Europa veramente unita. Immaginiamo che esista un organismo composto di stati confederati, guidati da un’unica politica, sia per quanto riguarda le problematiche interne che i rapporti con gli stati esteri, che la difesa. Come valutereste, in quel caso, un’ingerenza nei propri affari da parte di altri governi intenti a distruggere il vostro? Lo considerereste forse spionaggio, addirittura tradimento? Come verrebbero valutate le azioni e posizioni di personaggi finalizzate a distruggere le amministrazioni vigenti? Tentativi di colpo di stato? Perchè, nel caso non ve ne foste resi conto, questo sta avvenendo in Europa in questo momento.

 

Oggi l’Unione europea è, di fatto, un’unione economica e politica, unica nel suo genere. Quella che era nata come una comunità economica si è evoluta, con il tempo, in un’organizzazione attiva in molti settori, dal clima all’ambiente, dalla salute alle relazioni esterne, e dalla sicurezza alla giustizia e all’immigrazione. L’Unione Europea si fonda sul principio dello stato di diritto: tutti i suoi poteri riposano cioè su trattati liberamente e democraticamente sottoscritti dai paesi membri. L’UE è, inoltre, governata secondo il principio della democrazia rappresentativa, grazie a cui i cittadini eleggono in maniera diretta gli europarlamentari e per cui gli Stati membri hanno spazio e opportunità di agire nel Consiglio europeo e nel Consiglio dell’UE.

Come se non bastasse, caro antieuropeista, nel 2012, l’UE ha vinto il premio Nobel per la pace per aver contribuito alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa che per secoli è stata teatro guerre fratricide e terribili massacri.

Grazie alla moneta unica e all’abolizione dei controlli alle frontiere tra i paesi membri, i cittadini possono oggi circolare liberamente in quasi tutto il continente. Il mercato unico o mercato “interno”, che permette la libera circolazione di beni, servizi e capitali, è il principale motore economico dell’UE nonché ciò che la fa grande di fronte a potenze come gli Stati Uniti, la Russia o la Cina.

Bene, sappiate che gli USA di Trump e la Russia di Putin temono la nostra Unione Europea, sia perchè è il loro principale competitor in ambito commerciale in Asia e in ambito geopolitico in Medio Oriente, sia per la forza economica del suo complesso e il livello di benessere in cui noi viviamo.

Sì, vi do una notizia sconcertante, viviamo nel benessere: negli USA ci sono zone in cui le condizioni di vita sono paragonabili a quelle dei paesi in via di sviluppo, l’istruzione e la salute sono “cose per soli ricchi”. La Russia, invece, è governata solo apparentemente in modo democratico, ma in realtà c’è un dittatore che ha messo a tacere ogni opposizione e la popolazione teme di potersi esprimere liberamente. Paradossalmente, Vladimir Putin fa proseliti più facilmente all’estero che in terra natia.

Vogliamo parlare di alcune zone dell’Asia dove le malattie causate dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua hanno causato un calo della speranza di vita alla nascita? Oppure potremmo scegliere di vivere nei paesi arabi dove le donne hanno pochi diritti. Aspettate, c’è anche l’Africa: provate a scegliere uno stato e poi confrontiamo la loro qualità di vita con la nostra. Magari potremmo vivere nella Repubblica Democratica del Congo dove i bambini sono relegati fino alla morte nelle fosse di tallio e cobalto per estrarre i superconduttori che servono alla nostra industria supertecnologica e per produrre i nostri smartphone. C’è, infine, l’America Latina, evoluta ma pericolosa. Pensiamo al Messico dove per evitare le aggressioni delle baby bande del narcotraffico è rischioso uscire la sera ed è meglio recintare di mura impenetrabili le proprie abitazioni. Pensiamo all’Argentina da cui è partito il movimento femminista Ni una menos per dire basta ad ogni forma di violenza contro le donne.
Di fatto, se escludiamo il Canada di Justin Trudeau e l’Australia non esistono luoghi al mondo dove si vive meglio che in Europa.

Ma siamo veramente sotto attacco di una nuova forma di Cyber Guerra Fredda 2.0? Donald Trump ha usato parole dure. “Non penso che l’UE sia troppo importante per gli Stati Uniti”, aveva detto il Presidente, rimarcando poi come la Brexit fosse stata una: “Grande cosa, e altri paesi seguiranno”. Il Cremlino, dal canto suo, sta letteralmente finanziando partiti euroscettici. A tal proposito, a Strasburgo è stata approvata una risoluzione del Parlamento Europeo che denuncia questa ingerenza distruttiva. Il rapporto del PE continua sottolineando che la pressione della propaganda russa cresce e “cerca di distorcere la verità, incutere paura, provocare dubbi e dividere l’Ue”. “Da dieci anni il Cremlino sta influenzando il dibattito pubblico europeo e adesso i temi che gli sono cari sono diventati mainstream”, spiega a TPI Alina Polyakova, esperta di movimenti e partiti di estrema destra in Europa ed editorialista di The New York Times e Wall Street Journal.

In tutto questo anche il terrorismo islamico fa la sua parte, inculcando insicurezza e terrore, volutamente o meno. Di fatto, l’ISIS è al servizio di chi vuole conquistare e distruggere l’Unione Europea. Sì, perchè tutti questi personaggi, terroristi, conquistatori, traditori od opportunisti, hanno individuato un punto debole della democrazia: è possibile destituire i governi manipolando le masse con tutti i mezzi a disposizione, socialmedia compresi.
Torniamo a noi, cari euroscettici a cui l’Europa sembra non piacere proprio per niente. Veramente volete distruggere tutto questo e far vivere i vostri figli come nei Paesi di cui vi ho parlato?
L’Unione Europea non è scevra di errori. Troppa burocrazia, troppi sprechi, troppa distanza tra il potere politico e i cittadini (l’elezione diretta dei leader forse risolverebbe questo problema). C’è ancora chi, compresa Angela Merkel, mira a sviluppare un’Europa a due velocità e non sono sicuro che questa sia la strada migliore. Anzi, i Paesi più deboli dell’Est sono stati penalizzati, mentre i più forti, come la Germania appunto, ne hanno approfittato per imporre le regole a loro più favorevoli, si veda alla voce austerity.
Ma, nonostante tutto, nell’ultimo difficile decennio siamo stati protetti da strumenti come il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria (FESF o EFSF) efficace per far fronte alla grande recessione che negli USA si è molto più sentita che da noi. Gli stati membri più deboli dell’Eurozona ne hanno beneficiato più volte.

Penso che ora il popolo europeo debba prendere posizione e difendere il nostro Stato dall’attacco della Russia, degli USA e del fondamentalismo islamista. Se ancora non lo avete capito, siamo in guerra e i nemici sono tutti quelli che vogliono distruggere il nostro grande ed unito Paese. Non importa se sono nati in seno all’Europa, o che siano infiltrati, o potenze concorrenti al nostro potere sociale ed economico. È tempo di difenderci, è tempo di unirci ancor di più.

Massimiliano Fanni Canelles
Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine
Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation
Editor of SocialNews Magazine
President of Auxilia Foundation

Twitter. @fannicanelles
Instagram @fannicanelles

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